RECENSIONI XII EDIZIONE - 2014

GUIDA TASCABILE PER LA FELICITÁ

È Alice nella città, la sezione indipendente rivolta ai ragazzi, giunta quest’anno alla sua undicesima edizione, a dare oggi il via al Festival del Cinema Di Roma. A introdurre la proiezione, il direttore Gianluca Giannelli ha invitato sul palco Giorgio Pasotti, padrino della manifestazione, che ha dato un benvenuto entusiasta al pubblico di Alice per eccellenza: gli studenti delle scuole romane. Inoltre, come ogni anno fra gli applausi, è stata presentata alla sala la giuria di giovanissimi che decreteranno il vincitore.

Alice apre la rassegna con la proiezione in anteprima europea di A Birder’s Guide to Everything (2013) di Rob Meyer (Plastic Migration, Aquarium), film statunitense in concorso, che in patria ha ricevuto recensioni positive e diversi riconoscimenti (Best American Independent Feature Film al Cleveland Film Festival e Best Feature al San Louis Obispo International Film Festival).
Il protagonista, il quindicenne David, ha perso la madre, dalla quale ha ereditato un’enorme passione per il birdwatching. Il padre di David sta per risposarsi e il ragazzo sarà il suo testimone, ma alla vigilia del matrimonio decide di partire con un uno sparuto gruppo di amici alla ricerca dell’Anatra del Labrador, un esemplare ritenuto estinto, ma che David è persuaso di aver avvistato.
La vis comica del film è data dal protagonista e dai suoi amici: una sgangherata banda di esploratori improvvisati, antieroici piccoli hipster con una passione inusuale quale il birdwatching, che sognano di vivere nella Terra di Mezzo, citano Indiana Jones e per proteggersi da ascoltatori importuni comunicano in latino.
Una storia di crescita che tocca con tono leggero e spesso divertente un tema delicato: l’elaborazione del lutto, il mantenere vivo il ricordo di chi ci ha lasciato continuando a coltivarne le passioni.
Il film sarà distribuito in Italia da Videa con il titolo Guida Tascabile per la Felicità.

Magda Crepas

 

MIO PAPÁ

La passerella dei fuori concorso dell’undicesima edizione di Alice nella città viene aperta da Mio papà, film di Giulio Base (La donna della domenica, Il pretore), disponibile nelle sale italiane dal 27 novembre 2014.

Lorenzo ha 35 anni e si occupa della manutenzione subacquea di una piattaforma petrolifera nella costa adriatica; gli unici contatti con la terraferma si vedranno all’insegna di donne e divertimento. Nella sua vita irrompe, quasi per gioco, Claudia, aspirante cake designer, forse la donna adatta a far cadere le ciniche barriere sentimentali  erette da Lorenzo. La donna però non è sola: il suo uomo, Matteo, ha sei anni. Inizialmente la convivenza si dimostra difficile e ostile, fino a mutare, pian piano, in un rapporto sempre più profondo, quello di un padre e di un figlio. La vita si fa normale, quasi ordinaria, ma l’inaspettato è dietro l’angolo.

Il film, che vede il contributo dell’interprete maschile Giorgio Pasotti nella sceneggiatura, si propone di sviscerare la tematica di quello che, secondo Base, va aldilà dell’affetto paterno: «l’esperienza di amare figli “non propri”». Una storia di scelte di amore e di soddisfatta ordinarietà non tarderà ad evolversi in un’aspra critica giuridica verso i “padri di nessuno”, verso la poca considerazione nelle “famiglie di sangue” di questi ultimi e verso la mancanza di diritti verso quelle che vanno ben oltre le figure di semplici estranei .

Il trio Pasotti, Finocchiaro, Calvagna si dimostrerà essere una famiglia con i problemi di tutti i giorni, con un Base, nascosto, a ricordare loro di essere normali.

Bernardo Pozzi 

X+Y

Secondo film in concorso per l’edizione 2014 di Alice nella Città, X+Y è la storia di Nathan, giovane prodigio della matematica, il quale fatica ogni volta che tenta di costruire un rapporto con altre persone, compresa sua madre Julie. Il suo unico conforto sono i numeri. Così, quando Nathan viene preso sotto l’ala di Mr. Humphreys, un insegnante  anticonvenzionale e anarchico, riesce a costituire con lui un’inusuale amicizia. Il talento di Nathan lo porterà a vincere un posto nella nazionale inglese alle Olimpiadi della Matematica, con cui volerà a Taiwan per frequentare il training camp. In un ambiente non familiare, Nathan si confronterà con una serie di piccole sfide – non ultimo lo strano sentimento che sviluppa per una rivale cinese, la bella Zhang Mei.

Morgan Matthews, documentarista eccellente, racconta una storia semplice che si snoda lungo una narrazione ben più articolata, orchestrata dall’abile penna di James Graham (al suo primo lungometraggio). Grazie alla sensibilità del suo autore, quello che sembrerebbe il più classico tra i racconti di formazione diventa l’occasione per narrare una storia sulla diversità e sull’amore, in tutte le sue accezioni.
Con le loro meravigliose interpretazioni, il giovane Asa Butterfield (Il Bambino Con il Pigiama a Righe, Hugo Cabret, Ender’s Game) e Sally Hawkins (We Want Sex, Blue Jasmine, Godzilla) riescono a esplorare i complessi caratteri di Nathan e di sua madre Julie, e spiccano in un cast eccellente, composto fra gli altri anche da Eddie Marsan e Rafe Spall.

L’approccio visivo di Matthews, reso così unico dalla sua lunga esperienza documentaristica, garantisce al film un’estetica spiazzante. Impossibile non innamorarsi dell’ottima fotografia di Danny Cohen, candidato al premio Oscar per Il Discorso del Re. 
Ma ciò che va oltre ogni scelta stilistica, è la grande capacità del film di commuovere: intelligentemente, piacevolmente, senza buonismi.

Paolo Strippoli

Incontro con il regista Morgan Matthews

Alla sua prima prova da regista di fiction, l’inglese Morgan Matthews si porta dietro l’affermata carriera da documentarista. Un film forte il suo X+Y, drammatico e divertente insieme, che si snoda tra le tranquille campagne inglesi e la frenesia della metropoli di Taiwan. «Gli abitanti di Taipei erano indifferenti alla cinepresa, si lasciavano riprendere tranquillamente in strada, senza preoccupazioni», dice Matthews, che così è riuscito a dare una straordinaria impronta documentaristica al suo film. La realtà asiatica si contrappone al mondo occidentale della periferia inglese, in un gioco che trova la sua sintesi solo nel rapporto, intimo e controverso, tra il protagonista Nathan e la cinese Zhang Mei. È la loro inesperienza alla vita a tracciare un fil rouge tra questi due mondi, apparentemente inconciliabili, «perché sono ragazzi, e quindi capaci di fondare un affetto sincero, al di là delle distanze e delle divergenze culturali». X+Y fonda un’importante riflessione sull’autismo, un disturbo psicologico «spesso raccontato in maniera estrema, senza tenere in conto le infinite configurazioni che può assumere», spiega il regista. Nathan, giovanissimo prodigio della matematica, rappresenta proprio un unicum, un personaggio teso tra la rigidità dei numeri che gli danno sicurezza e un disordinato apparato di emozioni che lo attrae e lo spaventa allo stesso tempo. «La matematica stringe tutto nei suoi rapporti, nelle sue dimostrazioni ufficiali, ma quando smette di essere solo un rifugio dalla realtà, può aprire anche una strada verso l’arte, verso il caos dei sentimenti che animano questi ragazzi» racconta Matthews. X+Y è una somma il cui risultato inatteso ma più bello è proprio questo: l’equilibrio tra la necessità di una ricerca su di sé e l’abbandono irrazionale alle sorprese del mondo.

Gianluca Giraudo (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T.S. SPIVET

Un colorato libro pop-up, una prateria di un verde brillante e due bambini che giocano insieme sopra un'altalena. È così che si apre l'ultima pellicola di Jean-Pierre Jeunet, proiettata oggi fuori concorso per la sezione Alice nella Città.

Tratto dal romanzo di Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni, Lo straordinario viaggio di T.S. Pivet racconta la storia di un piccolo "Leonardo del Montana", un geniale bambino (Kyle Catlett) dalle grandi ambizioni a cui viene conferito un prestigioso premio scientifico. Sarà proprio questo riconoscimento a spingere T.S. a compiere un avventuroso viaggio attraverso paesaggi sconfinati e a fare la conoscenza di pittoreschi personaggi, che lo aiuteranno a raggiungere Washington D.C., dove si terrà la cerimonia di premiazione. Il più che giovane inventore parte lasciandosi alla spalle una particolare e ignara famiglia, composta da una mamma esperta di grilli e insetti (Helena Bonham Carter), un padre con "l'anima, la mente e la statura di un cowboy" (Callum Keith Rennie) e una svampita sorella maggiore aspirante attrice (Niamh Wilson).

L'unica persona da cui T.S. non riesce a staccarsi è il suo gemello, scomparso prematuramente in un incidente e il cui ricordo lo guida durante questo straordinario viaggio. Maturo per la sua età ma comunque bambino, tra numerosi imprevisti, incontri inaspettati e nuove esperienze culinarie, T.S. cresce e riesce finalmente a liberarsi di un peso insopportabile, di un senso di colpa immotivato.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, già vincitore di tre tre premi César, risulta essere un film delicato, genuino e curato nei minimi dettagli; lo stesso Jean-Pierre Jeunet, durante la masterclass tenutasi nel pomeriggio a Casa Alice, ha dichiarato come sia stato selettivo nella scelta dei luoghi e del cast. Il lungometraggio, infatti, deve molto alla naturalezza di Helena Bonham Carter, alla dolcezza e alla spigliatezza di Kyle Catlett, alla simpatia di Judy Davies e alla camaleontica performance di Dominique Pinon. Il regista ha sottolineato inoltre l'importanza dell'uso della tecnica 3D nel film, capace di coinvolgere i bambini in sala, che hanno arricchito la proiezione con le loro risate e i loro applausi spontanei.

Una pellicola in cui la parola chiave è fantasia, una storia universale adatta a grandi e piccini. «Mi piace realizzare film per bambini e ragazzi che anche gli adulti possano apprezzare. Per questo i miei film sono come una via di mezzo e spesso mi ispiro direttamente all'animazione» ha detto Jean-Pierre Jeunet rispondendo alle domande del pubblico.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet verrà distribuito nelle sale italiane a febbraio. Nell'attesa, è possibile vederlo in replica 2D sabato 18 ottobre alle 17.00 presso l' Auditorium Parco della Musica (Sala Santa Cecilia).

Livia Galtieri

Conferenza stampa di Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Jean-Pierre Jeunet arriva a Roma con il suo primo film in 3D, Lo straordinario viaggio di T.S.Spivet, tratto dal libro The selected Works of T.S. Spivet dell’americano Reif Larsen. Il regista de Il favoloso mondo di Amelie torna a stupire il pubblico con i suoi universi inimmaginabili e surreali e lo fa, per la prima volta,  utilizzando il 3D. «Fin da piccolo ero affascinato dal 3D, possedevo uno stereoscopio e libri con immagini tridimensionali», racconta il regista francese, per il quale il romanzo di Larsen, in cui il testo è accompagnato da disegni e mappe, si adattava perfettamente all’uso del tridimensionale. «Attraverso il 3D i disegni fluttuano nella sala del cinema, si staccano dallo schermo per avvicinarsi al pubblico – prosegue Jeunet – ma gli effetti speciali devono essere sempre funzionali alla storia». E la storia del giovane Spivet, interpretato da Kyle Catlett, è un viaggio affascinante in cui lo stesso regista si rispecchia: «Io e Spivet siamo due sognatori ad occhi aperti: io invento mondi, lui oggetti scientifici, siamo entrambi affascinati dalla felicità di creare cose». Accolto con straordinario entusiasmo dal pubblico delle scuole presente in sala, il film sarà distribuito in Italia a inizio 2015 da Fulvio Luccisano.

Francesco Giuseppe Trotta (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

Masterclass con Jean-Pierre Jeunet

«Aiutare i giovani a capire come intraprendere la propria carriera. Sono tempi duri per i sognatori». Così è cominciata la masterclass a cura di Jean-Pierre Jeunet qui, a Casa Alice, nel cuore del Festival Internazionale del Cinema di Roma. Un cuore giovane oggi ha accolto con entusiasmo la proiezione di Lo straordinario viaggio d T.S. Spivet, ultima fatica del regista francese. Lo stesso pubblico che ora si gode i consigli di Jeunet. «Nel 2014, ormai, la tecnica è a disposizione di tutti», dice «basta un telefono e un portatile», e il cinema si può fare. «A mancare sono le idee. I giovani hanno le idee ma non sanno come fare per realizzarle. E per realizzarle bisogna sbagliare, imparate a sbagliare». A dirlo è uno che il cinema lo ha scoperto da autodidatta, da artigiano. Jeunet, ha iniziato a fare cinema prima di andare al cinema. Aveva nove anni e le idee giuste. Come il  giovane protagonista di Lo straordinario viaggio di T.S Spivet. E Jeunet saluta il giovane pubblico con un invito, un augurio di speranza: «Amate quello che fate, continuate a mantenere vivi i sogni».  

Alessandro Venier (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

KAHIL GIBRAN'S THE PROPHET

Alice nella Città, che nel 2006 aveva proposto l’acclamato Azul e Asmar di Michel Ocelot, si riconferma attenta anche al cinema di animazione e presenta oggi, in collaborazione con il Festival Internazionale del Film di Roma, Kahlil’s Gibran The Prophet, lungometraggio animato basato sull’omonimo successo editoriale del poeta, pittore e filosofo libanese.

Chi conosce il libro sa che Il profeta di Gibran non può definirsi un’opera narrativa. Pochissime coordinate sono date al lettore: Almustafa “l’eletto e l’amato” che si accinge a salpare; la città di Orphalese, dove è rimasto per dodici anni; Almitra, una misteriosa figura femminile che assiste alla partenza e di cui viene detto solo il nome. Il resto sfugge alle classificazioni: è un monologo tra il poetico e il filosofico, una riflessione dal tono pedagogico che tocca tutti i grandi temi dell’umana esistenza.

Una co-produzione che ha coinvolto ben cinque Paesi (Canada, Francia, Libano, Qatar, Stati Uniti) si è cimentata nella sfida di portare sullo schermo questo testo acclamatissimo, ma che apparentemente non si presta a essere filmato. Il regista e sceneggiatore Roger Allers, veterano dell’animazione (The Lion King, The Little Marmaid, Beauty and the Beast, Aladdin), vince questa scommessa grazie alla scelta di costruire una cornice narrativa attorno ai contenuti lirici, che sono accompagnati da animazioni di otto registi diversi: On Freedom, On Children, On Marriage, On Work, On Eating and Drinking, On Good and Evil, On Love e On Death.

Almitra diventa una bambina turbolenta che dalla morte del padre non ha più parlato e la cui madre lavora come domestica nella casa in cui è prigioniero Mustafa, il profeta, un poeta da sette anni recluso e sottoposto a una sorveglianza costante da un regime dittatoriale, che vede in chi esprime il libero pensiero un pericoloso sovversivo. Nel corso della storia le parole di insegnamento di Mustafa sbocciano come fiori, impreziosite dalle immagini animate che, pur essendo realizzate da otto autori diversi, con stili differenti, creano un’insieme armonico.

L’opera di Gibran non viene tradita, ma celebrata e avvicinata anche a un pubblico di giovanissimi.

Magda Crepas

EVENTO 20 ANNI DI EMERGENCY "IO ALLARGO LO SGUARDO"

«Vedere il dolore trasformarsi in gioia». Così Costanza Quatriglio racconta del suo incontro con Emergency, l’associazione umanitaria fondata da Gino Strada e che nel corso di un evento ad Alice nella città ha celebrato i suoi primi vent’anni di vita. La regista ha curato la sigla di quest’anno della sezione dedicata ai ragazzi del Festival Internazionale del Film di Roma: un contributo di appena quaranta secondi nel quale sono condensati i volti, le mani e gli sguardi di quei bambini che Emergency salva tutti i giorni. «Quando mio padre decise di fondare un’organizzazione per la salvaguardia dei diritti umani, sapevamo che era una pazzia», ricorda Cecilia Strada, figlia di Gino, che ha partecipato all’evento a Casa Alice: «Ma è una pazzia che in questi vent’anni ha salvato sei milioni di persone». Emergency sta combattendo, in questi mesi, contro la tragica epidemia di ebola che ha devastato la Sierra Leone e altri Paesi africani, ma i medici, gli infermieri e i volontari lavorano anche in Italia, per assistere coloro che vivono in condizione di assoluta povertà: «Accogliamo persone che non si possono permettere il servizio sanitario nazionale; è la morte di una società, quando un cittadino chiede come favore ciò che sarebbe un suo diritto», dice dolorosamente Cecilia Strada. Dopo vent’anni Emergency è più viva che mai, in continua espansione, «il bello della nostra famiglia è che c’è posto per tutti, con una donazione, con un aiuto professionale, o con del volontariato, siamo tutti Emergency». L’impegno fondamentale, che è stato sottolineato nell’evento ad Alice nella città, è la sensibilizzazione dei più giovani. «Siamo circondati dalla pubblicità, dalla propaganda esplicita, ma anche dal silenzio: la disinformazione, il non parlare di qualcosa, è un pericoloso, anche se meno evidente, atto di propaganda» ricorda giustamente Costanza Quatriglio. «I ragazzi non devono fermarsi al “rettangolino” del televisore, al mezzobusto del giornalista, devono informarsi, allargare lo sguardo». «Bisogna guardare il fuori campo», dicono Cecilia Strada e Costanza Quatriglio: un invito che, nell’ambito di una rassegna cinematografica, non avrebbe potuto essere più chiaro e significativo.

Gianluca Giraudo (redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

THE KNIFE THAT KILLED ME

Alice nella Città presenta oggi il suo terzo film in concorso The Knife That Killed Me di Kit Monkman e Marcus Romer, tratto dal romanzo di Anthony McGowan, successo editoriale nel Regno Unito.

Il protagonista, l’adolescente Paul Varderman, racconta la sua storia: dopo la morte della moglie, il padre di Paul fa trasferire il figlio da Manchester alla sua casa natale di Leeds, dove il ragazzo deve inserirsi nel difficile ambiente della nuova scuola, un microcosmo violento e tribale in cui i ragazzi sono divisi in gruppi secondo una rigidissima gerarchia. Paul è subito attratto dai ragazzi alla base di questa piccola piramide sociale, i cosiddetti Freaks, gli outsiders, ma viene notato da Roth, il bullo della scuola, un ragazzo crudele e manipolatore che lo coinvolgerà nella “guerra” tra bande rivali, che sappiamo fin dall’inizio concludersi in tragedia a causa del coltello (the knife) del titolo.

Un racconto che affronta un tema tristemente attuale nel Regno Unito, in cui il bullismo e la violenza delle scuole costituiscono una piaga sociale. La narrazione della realtà contemporanea si richiama però alla storia e alle tradizioni inglesi, paragonando la rivalità tra le bande e tra le tifoserie delle squadre di calcio al conflitto tra Lancaster e York nella Guerra delle due Rose, inserendo la storia in una dimensione simbolica che ne accentua la drammaticità.

La trama è tradizionale e tocca le tematiche adolescenziali che sono sempre state care alla sezione di Alice, ma in questo caso non è il contenuto a colpire maggiormente bensì la forma: il film si distingue per la scelta stilistica di girare interamente con la tecnica del green screen. Nel corso dell'incontro seguito alla proiezione il direttore, Gianluca Giannelli, presentando la delegazione ai giurati, ha spiegato come la squadra di Alice abbia scelto questo film non solo per il tema sensibile, di grande attualità, ma anche per l’originalità della messa in scena che ricorda visivamente Sin City e si richiama fortemente alla poetica di Dogville di Lars Von Trier.
Lo spettatore che abbia familiarità con le pellicole di Rodriguez e Von Trier riconoscerà immediatamente l’affinità, ma mentre nel caso di Sin City si tratta di un omaggio alla forma originale del fumetto e in Dogville quella dello studio spoglio è una scelta brechtiana, che richiama costantemente lo spettatore a una prospettiva critica, in The Knife That Killed Me si fa un uso fortemente espressivo e addirittura espressionista del green screen che permette di mostrare il mondo in soggettiva, come appare agli occhi del protagonista che lo racconta e lo carica della propria emotività. Nel corso dell’incontro, grazie alle domande della giovane giuria, gli autori hanno avuto modo di spiegare come questa scelta di poetica intenda condurre il cinema a una dimensione molto teatrale, in cui l’attore non è parte della scena, ma, sovrapposto a essa, si staglia solitario su uno sfondo che si modella su di lui.

Magda Crepas

Incontro con il cast: Kit Monkman, Marcus Romer e Jamie Shelton

«Il nostro è un cinema sperimentale, abbiamo provato a mettere insieme le nostre competenze per creare qualcosa di originale ed inusuale», esordiscono così Kit Monkman e Marcus Romer, i registi del film inglese The Knife That Killed Me, in concorso ad Alice nella Città. Il loro primo lungometraggio è un mix tra teatro e visual art, con un ampio uso della tecnologia e nel perfetto rispetto dei ruoli. Una “divisione del lavoro”, come la definiscono loro stessi, che li ha portati ad occuparsi di ciò che meglio sanno fare: Romer è regista di teatro e direttore artistico del Pilot Theatre, presso il York Theatre Royal; Monkman è considerato uno degli innovatori della tecnologia applicata al teatro, al cinema e all’ambiente ed è fondatore del KMA. Intenzionati a indagare un modo nuovo di fare cinema, i due dichiarano la loro ispirazione ad un genio e innovatore come Lars von Trier, dal cui film Dogville riprendono un uso particolarissimo della scenografia. Ed è proprio quest’ultima, immaginaria e surreale, a fare da trave portante del film. Una scenografia dove i muri di una scuola e quelli di un carcere non sono tanto dissimili, «perché spesso, purtroppo, la scuola può trasformarsi in una prigione per alcuni ragazzi, quando non vengono compresi ed accettati».
E la scuola è anche l’habitat naturale di un fenomeno sempre attuale come il bullismo. Jamie Shelton interpreta Roth, il bullo che scatena un vortice di eventi che cambieranno la vita di Paul e di tanti ragazzi. Attraverso il bullismo Monkman e Romer indagano temi quali la violenza e la morte, e per Jamie si è rivelato utile essere venuto a contatto con questo fenomeno ai tempi della scuola: «non sono mai stato un bullo, ma ne incontravo tanti e, sapendo quello che suscitavano in me, ho potuto trasmettere le stesse sensazioni agli altri personaggi». Ma la scuola non dovrebbe essere una prigione, «bensì un luogo di possibilità, in cui imparare e crescere».
Sette anni di lavorazione, perché fare film così particolari non è mai facile, ma ad Alice nella Città è arrivato qualcosa di inaspettato ed originale.

Francesco Giuseppe Trotta (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

EVENTO ACE - ATELIERS DU CINÉMA EUROPÉEN

La città di Pisa si prepara ad accogliere l’incontro annuale di ACE, Ateliers du Cinéma Européen, organismo creato nel 1993 per aiutare i produttori europei a sviluppare coproduzioni con altri paesi. A Casa Alice oggi si è tenuto un incontro esplicativo e celebrativo, moderato da Alessandra De Luca, al quale sono intervenuti Al Williams (Ace - Ateliers du Cinéma Européen), Stefania Ippoliti (Direttore Toscana Film Commission), Paolo Ghezzi (Vice Sindaco di Pisa) e Cecilia Valamarano (Rai Cinema - ACE Board of directors). Un incontro volto a festeggiare e spiegare la scelta di Pisa. Una decisione non casuale, ma ragionata sulla vocazione cinematografica naturale di una città che è stata protagonista di molti film, tra cui quelli di registi come Monicelli e Mazzacurati. Durante il meeting, dall’8 al 12 aprile 2015, verranno organizzati co-production forum, seminari e workshop, con l’obiettivo di  stimolare il nascere di nuove collaborazioni tra i soggetti dell’industria cinematografica.

Alessandro Venier (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

IL MIO AMICO NANUK

Nella terza giornata di Festival, Alice nella Città e il Festival del Cinema di Roma condividono un evento speciale dedicato ai più giovani.

Il Mio Amico Nanuk è la tenera storia di un’amicizia tra i ghiacci del Canada settentrionale, dove il giovane Luke vive insieme alla madre. Quando l’adolescente scopre che un cucciolo di orso polare è stato separato dalla sua genitrice, farà di tutto per ricongiungere i due, ricorrendo anche all’aiuto di Muktuk, mezzo Inuit e mezzo canadese, che conosce bene il territorio in cui vivono gli orsi polari. Per portare a termine la missione, Luke dovrà imparare a proteggere sè stesso e il cucciolo dai pericoli della natura selvaggia.

La semplice storia rielabora abilmente uno dei topoi più ricorrenti nella narrativa per ragazzi: l’amicizia tra uomo e animale. Ma a differenza di esempi celebri come Belle & Sebastian o La volpe e la bambina, nel Il Mio Amico Nanuk questa amicizia, sincera e complessa allo stesso tempo, non è minacciata solo dall’ottusità di adulti incapaci di sognare, ma anche da un ambiente ostile, seppur sempre suggestivo.

La regia di Roger Spottiswoode, accompagnata dalle bellissime sequenze artiche del documentarista italiano Brando Quilici (anche autore della storia) è sempre rigorosa e concentrata sulla bellezza di un’amicizia pura che si confronta costantemente con la maestosità del paesaggio. Tuttavia, il pilastro fondamentale su cui il film si regge è l’innegabile talento di Dakota Goyo (Real Steel, Thor, Dark Skies), che attraverso la sua magnifica interpretazione di Luke, ci convince in ogni momento che il nobile scopo valga l’incredibile impresa del suo personaggio.

Paolo Strippoli

A TUTTO TONDO

Alla prima di A tutto tondo - e le due proiezioni successive non sono da meno - non ci sono più posti a sedere né in piedi.

É curioso notare come un piccola opera di 15 minuti abbia mobilitato così tante persone, prima fra tutti la comunità filippina, incontenibile nella modesta sala dello Studio 3 dell'Auditorium Parco della Musica. Tanti, colorati, entuasiasti in modo genuino, hanno sfilato sul red carpet insieme al resto del cast del film firmato Andrea Bosca.

«Forse abbiamo peccato di umiltà» scherza la delegazione di Moviemov, progetto che ha tenuto in grembo il cortometraggio fin dalle prime fasi, per poi produrlo. Impossibile trattenere il sorriso di fronte ad un'affluenza tanto elevata e vivace per un evento ambizioso ma senza pretese, soprattutto nel caos generale della grande festa del cinema.
É dall'incontro di Moviemov con Manila, e in particolare col villaggio di Tondo nelle Filippine, che nasce in Andrea Bosca l'esigenza di raccontare una storia non soltanto come attore, ma anche nella nuova veste di regista. Una veste che riesce a calzare decorosamente.

Il cortometraggio soprende dalle prime battute, aprendosi con carattere ironico sul rapporto tra un giovane romano benestante (Andrea Bosca) ed il suo colf filippino (Benjamin Vasquez Barcellano Jr.): i toni ed i dialoghi divertenti chiariscono subito che vedremo un prodotto fresco, distante da pietosismi e moralismi. Bosca indovina una regia pulita e propone inquadrature dal taglio fotografico che incalzano la comicità della situazione, incorniciando la comunità asiatica in maniera divertente e bizzarra. In sala, gli stessi protagonisti ridono di gusto rivedendosi sullo schermo: si tratta di un cast alle prime armi, messo insieme dal professionista Benjamin Vasquez, alla sua prima collaborazione con una produzione italiana.

Più di qualsiasi progetto intento a forzare l'integrazione culturale attraverso perbenismo ed emotività, A tutto tondo porta lo spettatore a simpatizzare con la comunità straniera in maniera spontanea. Non solo: preferendo la fiction al documentario, Bosca scrive una commedia in pillola in cui contrappone l'innata capacità orientale di essere gruppo all'individualismo occidentale. Emerge così un racconto sulla solitudine dell'uomo moderno senza tradizione.

A tutto tondo riesce a portare sullo schermo l'esperienza asiatica del Moviemov in chiave narrativa e fruibile, conquistando il pubblico e l'attenzione in soli 15 minuti.

Chiara Del Zanno

Incontro con Andrea Bosca e il cast

«Ho rubato il lavoro a tutti. Non scrivo, eppure ho composto la sceneggiatura. Non dirigo, eppure ho fatto la regia. E ho anche recitato». Con questa divertente confessione Andrea Bosca racconta A tutto tondo, il cortometraggio di 15’ con cui ha esordito alla regia e che è stato presentato all’interno di Alice nella città. Il cast ha partecipato all’esclusivo evento Cinecocktail, un salotto in cui i protagonisti del grande schermo si aprono informalmente alle curiosità del pubblico.
Insieme a Bosca, che interpreta il protagonista Lele, «un uomo insoddisfatto, incapace di accettare un grave lutto familiare che lo ha fatto chiudere in se stesso», c’è la comica Paola Minaccioni, che ha il ruolo della sorella di Lele, «la vera spalla della famiglia». Lele, tragicamente riluttante a recarsi in chiesa per ricordare il lutto, torna a casa e si ritrova la famiglia del suo “governante” filippino (Benjamin Vasquez Barcellano Jr.) riunita per un pranzo di famiglia: il suo giacca-e-cravatta contrasta ironicamente con i vivaci abiti orientali degli ospiti inattesi. Da questo incontro/scontro tra culture diversissime, nascono nuove consapevolezze, e forse un nuovo concetto di famiglia.
Il coinvolgimento di una piccola comunità di Filippini nel cortometraggio richiama il progetto cui è significativamente legato A tutto tondo: un programma di sostegno per i bambini che vivono nelle bindoville di Manila. «Due anni fa ho visitato le Filippine e in particolare una delle aree più disagiate di Manila, un’area chiamata Tondo, una discarica dove diecimila persone vivono nel degrado più assoluto»: con queste parole il regista ha spiegato la genesi del suo lavoro. Da qui l’idea di fare qualcosa, di offrire un aiuto concreto a quei bambini «cui drammaticamente non sono riuscita a dire niente, tanto era forte l’orrore provato per le loro condizioni di vita», aggiunge Paola Minaccioni, che ha visitato Tondo durante il Moviemov. Il cortometraggio alterna alle riprese originali del set, alcune scene documentaristiche effettuate direttamente nelle Filippine: un intreccio che, una volta di più, invita a fondare un dialogo tra le popolazioni della lontana Tondo, e il nostro sguardo, che pur trovandosi a chilometri di distanza, deve sforzarsi di essere a tutto “a tutto tondo”.

Gianluca Giraudo (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

Masterclass con Stephen Daldry, Piera Detassis e Costanza Quatriglio

Si è svolta presso il Teatro Studio Gianni Borgna la masterclass del regista inglese Stephen Daldry mediata da Piera Detassis (direttrice della rivista Ciak) e dalla documentarista Costanza Quatriglio. Protagonista di Alice nella Città con il suo Trash, Daldry ha raccontato al pubblico gli aneddoti delle riprese di questo ultimo film, ma anche alcune curiosità sulla sua carriera di regista impegnato nella narrazione dell’infanzia e della adolescenza. Dopo un breve contributo video dedicato ai suoi maggiori successi – il cult Billy Elliot (2000), ma anche The Hours (2002) con Nicole Kidman – Daldry ha parlato della genesi di Trash, un film che ha come personaggi principali tre bambini che lottano contro l’ingiustizia e la corruzione che imperversano nel mondo. «Molti dicono che sono specializzato nel raccontare l’infanzia, in realtà quello che conta, per me, è la storia, la linea narrativa che dà un senso alle scene»: in questo modo Daldry nega qualsiasi etichetta, o collegamento con un genere cinematografico particolare. «Altri dicono che son bravo a far morire le mie protagoniste, anche questo può essere vero, ma non è il punto della questione», ha aggiunto. Nel caso di Trash, il regista ha parlato, poi, del ruolo cruciale dei bambini brasiliani che si sono prestati come attori: «La maggior parte viveva in condizioni disagiate, senza sapere cosa fossero gli orari, le scadenze, gli appuntamenti per girare». «È servita molta pazienza per organizzare tutto: l’impiego di attori e di personale non professionista richiede una gestione complessa, ma porta con sé innumerevoli vantaggi, tra cui l’improvvisazione». Il dietro le quinte di Trash è stato, infatti, un lungo periodo di training, fisico e psicologico, in cui Daldry e il suo staff hanno tentato di educare i piccoli attori alla logica del film. Ma il risultato è stato imprevisto, frutto di un’inattesa opera di negoziazione: «A volte i bambini arrivavano e non avevano voglia di recitare, benché avessimo programmato la giornata delle riprese; e allora bisognava scegliere: o convincerli o starli ad ascoltare, basta che la decisione fosse una». «Alcune scene del film non erano previste dalla sceneggiatura, ma osservando i bambini che si divertivano a fare qualcosa o si annoivano con altre, abbiamo inventato nuovi momenti narrativi, affinché questo film fosse anche loro». Pur evitando di essere etichettato come “maestro dell’infanzia”, Daldry dimostra di conoscere uno dei più importanti assunti per chi si occupa di insegnamento o lavora a contatto con i più giovani: cercare di insegnare, di trasmettere qualcosa, ma stando sempre in modalità ascolto, cercando di apprendere, viceversa, qualcosa dai più piccoli.

Gianluca Giraudo (redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

DORAEMON

Il nuovo film della saga di Doraemon, presentato ad Alice nella Città in questa quarta giornata del Festival Internazionale del Film di Roma, porta sullo schermo l’amato gatto-robot per la prima volta in 3D. Ritroviamo anche tutti gli altri personaggi della serie tanto cara alla televisione italiana: Nobita, il bambino scansafatiche e impacciato che riesce sempre a mettersi nei guai; Shizuka, la bella bambina del quartiere di cui Nobita è follemente innamorato; Takeshi e Suneo, i bulli del quartiere che prendono continuamente in giro il protagonista.

Questo film è l’ultimo di una lunga serie prodotti, con cadenza annuale, in Giappone sin dal 1979 e che si discostano dalla serie animata per le numerose avventure che portano i personaggi anche in posti lontani o, come in questo caso, in viaggi attraverso il tempo.
Ed è proprio nel passato che, un giorno, Doraemon viene inviato da un pronipote di Nobita per aiutare il suo sfortunato antenato, con una rigida clausola: Doraemon non potrà tornare nel futuro finché non avrà aiutato Nobita a capire come essere felice. Infatti Nobita, divenuto adulto, condurrà al fallimento la propria impresa e lascerà un monte di debiti da pagare per la sua famiglia, ma l’arrivo di Doraemon nel passato rivoluzionerà il corso degli eventi.

Come la sua versione cartacea e televisiva, anche questo adattamento cinematografico è caratterizzato dai ciuschi; numerose sono infatti le scene in cui Nobita cerca disperatamente l’aiuto di Doraemon per risolvere rapidamente i suoi problemi tramite questi gadget: uova per far innamorare, pistole rivela sentimenti, cibi per memorizzare le lezioni e, ovviamente, i due grandi classici della serie: la porta per viaggiare in ogni luogo e il copter per volare.

La storia ci riporta magicamente ai lunghi pomeriggi in cui, da bambini, guardavamo il cartone dopo la scuola, magari mangiando una merenda gustosa quanto i dorayaki (il dolce con fagioli neri di cui Doraemon è tanto appassionato): Nobita è sempre alle prese con la sua ineguagliabile pigrizia e scarsa autostima che lo portano continuamente ad auto commiserarsi. Nonostante tutto ciò Doraemon si dimostra una spalla eccellente e riesce sempre a ricordarsi del suo importante ruolo: dare sicurezza e indipendenza in Nobita.
Sono veramente pochi i cartoni che, in ogni singola puntata riescono ad essere educativi per un pubblico così giovane senza risultare noiosi: infatti ancora oggi, dopo quasi 45 anni dalla sua prima pubblicazione in forma di manga, il cartone gode di un grandissimo seguito nei paesi asiatici e non solo.

Il film è stato realizzato con un 3D molto fumettistico che ricalca con fedeltà la grafica del cartone, riuscendo anche a migliorare i tempi comici del film: le smorfie dei personaggi e i gesti tipici della cultura del disegno giapponese vengono resi benissimo da questa tecnica. Numerose le gag, mai banali e ben più elaborate della classica versione televisiva, che offrono anche agli adulti momenti di ilarità.

Matteo Primavera

PADDINGTON

Era il Natale del 1956 quando Michael Bond, in cerca di un regalo per la moglie, vide esposto sullo scaffale di un magazzino un orsacchiotto giocattolo. Fu proprio quel pupazzetto di pezza a trasformarsi in pochi anni, grazie alla penna di Bond, in un'icona della letteratura inglese per bambini. Oggi, ormai fenomeno mondiale, le avventure dell'orso Paddington sono diventate un film, la cui uscita italiana è prevista per Natale.

Cresciuto nel Perù con la Zia Lucy, dopo che un terremoto ha distrutto la loro casa, l'orso Paddington (la cui voce originale è di Ben Wishaw) deve affrontare un lungo viaggio e cercare una nuova vita a Londra. É con un cartellino al collo con su scritto "Per piacere, abbiate cura di questo orso" che Mr e Mrs Brown lo troveranno nella stazione londinese di Paddington. Accolto nella famiglia Brown, e sperduto nell'affollata e vivace metropoli di Londra, l'orso Paddington intraprenderà la ricerca di quell'esploratore che tanti anni prima aveva conosciuto sua zia Lucy, ma è intralciato dalla malvagia Nicole Kidman, direttrice del Museo di Storia Naturale di Londra e assetata collezionista di animali impagliati.

Come ci racconta Francesco Mandelli, che nella versione italiana presta la voce all'orsetto e già doppiatore in Monster University, «sarà difficile non rimanere conquistati da un orso la cui purezza e gentilezza d'animo si scontrerà inevitabilmente con la crudezza della metropoli londinese». È proprio da questo mix di elementi che scaturiscono le situazioni più divertenti e comiche del film.

Passare da un libro così di successo alla pellicola è stato un processo molto delicato per i creatori del film: gli adulti e i bambini cresciuti con le avventure di Paddington avevano un'idea personale del loro orso preferito, anche grazie alle storiche illustrazioni di Peggy Fortnum che accompagnarono il libro sin dalla prima edizione. Mantenendo lo storico cappellino rosso e la squadrata valigia da viaggio, i disegnatori hanno dato vita a un Paddington ancora più realistico, i cui grandi occhi lucidi, ma soprattutto il cui ottimismo e spirito positivo sapranno sicuramente commuovere lo spettatore.

Il film sarà proiettato in anteprima il 20 dicembre presso l'Auditorium Parco della Musica a cura di Alice nella Città.

Alissa Balocco

TRASH

Dalla discarica di una favelas brasiliana nasce la storia di Trash, ultimo film di Stephen Daldry, che affronta una vicenda divisa tra formazione e corruzione politica, ma che lega questi termini attraverso un mistero da risolvere.

Trash parla di una realtà in cui non c’è differenza di età fra chi lavora e nella quale si diventa subito grandi; qui ci si confronta con il mondo degli adulti e con una violenza che la fa da padrone, esercitata dal potere politico tramite la polizia, che considera il popolo delle favelas al pari di quella spazzatura nella quale vive. Una storia che lega i personaggi in una lotta sotto il segno dell’amicizia, nel nome di una giusta causa: denunciare una corruzione che uccide il Paese.

Nella masterclass svoltasi domenica 19 ottobre presso il Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica, Daldry ha specificato come sia stato attratto dal grande ottimismo che i giovani protagonisti avevano nel poter contribuire a cambiare le cose e rendere il paese migliore, in contrasto invece con un cinismo e un pessimismo diffuso nei paesi occidentali e in particolare nell’Inghilterra da cui proviene. Il regista ha quindi sottolineato come per lui sia la storia che conta e come l’aver trovato in Brasile un ambiente con una forte tradizione di attori non professionisti rispecchiasse la sua intenzione di mostrare il genuino ottimismo brasiliano nell’affrontare situazioni difficili con fiducia e speranza.

Trash va oltre il film di denuncia sociale sulle condizioni di precarietà delle favelas. Le mostra sì, e ne sono lo sfondo, ma il fulcro è come la vicenda passi attraverso la vita di questi ragazzi, di come nella loro semplicità ed ingenuità si domandino se Dio sia dalla loro parte ed inizino a pensare che bisogni mettersi in gioco personalmente per poter cambiare le cose. Per questo il film scorre attraverso sequenze quasi di azione, con inseguimenti e torture, dove è lo stesso corpo dei ragazzi a mostrarsi in slanci di atletismo, quasi parkour, che si alternano a testimonianze in video dove danno prova di grande consapevolezza dei problemi del loro Paese.

Trash rispecchia bene l’anima di Alice nella Città, sezione nella quale è in concorso. Un film di povertà e di ricchezza morale, in cui la giustizia sociale passa attraverso chi apparentemente non può fare niente, ma che con consapevolezza e senso di onestà agisce da eroe in nome di tutti.

Leandro Persiani

SPARTACUS & CASSANDRA

Quinto film in concorso, Spartacus & Cassandra è sicuramente una delle proposte più complesse di questa sessione festivaliera. Già durante le prime apparazioni a Cannes la direzione artistica di Alice nella Città aveva notato l'opera dell'esordiente Ioanis Nuguet.

Seguendo la struttura di un docu-fiction dai confini volutamente confusi, il regista si addentra nella comunità rom di Parigi guidato da due giovani protagonisti, Spartacus e Cassandra, ai quali durante la lavorazione non è stato imposto alcun copione.

Il film racconta il mondo rom attraverso momenti di grande verità, avvalendosi di un estremo realismo stilistico: i tagli di montaggio interni ai dialoghi sono ridotti al minimo, la macchina da presa indaga senza inibizioni il campo visivo, i primi piani rivelano impurità della pelle non corrette dal trucco. Il regista sceglie di girare gran parte della storia in close-up, stringendo sui dettagli ed isolando così una porzione di mondo quasi inaccessibile. Solo quando i due bambini si affacciano al futuro ed al cambiamento, emancipandosi dal contesto rom, la regia inizia ad allargare l'ottica ed inquadrare lo spazio vitale che finalmente i protagonisti stanno conquistando.

Sebbene privo di una sceneggiatura effettiva, il film si snoda attraverso due livelli narrativo-stilistici: il concreto intreccio degli eventi ed il poetico flusso di coscienza dei due fratelli, affidato alla voice over. In questo secondo spazio riservato alle emozioni forti, la natura diventa complice, la fotografia spesso sovraesposta ed i colori più saturi, tanto da renderla quasi una dimensione astratta. I due livelli interagiscono tra loro - purtroppo in maniera disorganica - definendo due immaginari opposti: lo spazio caldo delle confidenze e dei sogni, e quello pungente della realtà. Una realtà grezza, crudele, fatta di nomadismo e sporcizia, ma soprattutto di genitori deboli.

Lungi dal voler diffamare una comunità che tra l'altro ha conosciuto da vicino, Nunguet tende piuttosto ad evidenziarne le mancanze. Il vero accento negativo è posto su uno stile di vita limitante che tende all'auto-emarginazione, in cui il rapporto tra genitori e figli è capovolto al punto da rendere i più piccoli responsabili dei più grandi. I figli rimproverano i genitori, propongono loro alternative di vita, cercano di responsabilizzarli. I due fratelli lottano contro un bivio disperato: rinunciare alla vita o rinunciare alla famiglia.
Ma l'epilogo è forte e definitivo: "Non possiamo lottare per sempre" sono parole di Spartacus,  "se la vita ci offre una chance dobbiamo afferrarla".

Il debutto alla regia di Ioanis Nuguet è difficile ma vincente. Spronato da un montaggio ed una grafica leggermente televisivi e da momenti di vera poesia, Spartacus & Cassandra riesce ad incontrare il pubblico, nonostante la scomoda tematica.

Chiara Del Zanno

Incontro con il regista Ioanis Nuguet

«Quattro anni fa vivevo in una comunità Rom; stavo facendo delle riprese quando mi si è avvicinato un ragazzino, ha iniziato a cantare una canzone hip hop e mi ha detto che avrei dovuto fare un film sulla sua vita e quella di sua sorella; era la prima volta che qualcuno mi chiedeva una cosa simile». Il ragazzino in questione, racconta il regista Ioanis Nuguet, era Spartacus, giovane protagonista del suo nuovo docu-film Spartacus &Cassandra, presentato in concorso ad Alice nella Città. Basato sulla complicata storia di due fratellini Rom, Spartacus & Cassandra è un film intenso e commovente in cui un ruolo non svelato, ma comunque evidente, è ricoperto dalla natura, come sottolinea Nuguet: «nella seconda parte del film gli spazi e i luoghi si allargano, così passiamo da roulotte e tendoni claustrofobici a boschi e fiumi spettacolari. L’incontro con la natura incontaminata e selvaggia rappresenta per i ragazzi una sorta di epifania, Spartacus e Cassandra prendono coscienza della loro posizione nel mondo, si sentono finalmente parte di un tutto molto più grande». E questo senso di appartenenza sembra finalmente aver preso consistenza anche nella vita reale perché, come ci svela Nuguet, «ora viviamo tutti insieme, con Camille, Cassandra e Spartacus, nella casa che si vede alla fine del film. Questo film ha cambiato profondamente le loro vite, e credo che continueremo a lavorare insieme: ho un nuovo progetto, non sarà più un documentario ma un film di finzione».

Francesco Giuseppe Trotta (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

ABOUT A GIRL

«Se si muore giovani, si resta giovani per sempre» dice Charleen (Jasna Fritzi Bauer) allo psichiatria al quale è stata data in cura dopo aver maldestramente tentato il suicidio. È proprio con un phon e una vasca piena d'acqua che si apre About a girl, sesto film in concorso per la sezione Alice nella Città, proiettato oggi pomeriggio in anteprima internazionale.

Il primo lungometraggio di Mark Monheim racconta la storia di una quindicenne alternativa, che ama la musica rock e poco i suoi coetanei. Dopo essere stata vicina alla morte, Charleen comincia a vedere la sua vita con occhi diversi anche grazie all'incontro, tra una seduta di psicanalisi e l'altra, di Linus (Sandro Lohmann), un compagno di classe che fino ad allora non aveva destato il suo interesse. Tra divertenti discussioni familiari, prime esperienze amorose e una singolare e grottesca passione fotografica, la giovane fan di Kurt Cobain capisce che vivere non è poi così male.

Una pellicola dai colori caldi, retta da una sceneggiatura ironica e brillante, che non cade mai nel patetico nei momenti più drammatici, né nel melenso in quelli più romantici.
Una commedia ossimorica, che muove da un espediente tragico e si sviluppa tra risate e tenerezza.
Il regista e il produttore (Martin Rehbock), entrambi sceneggiatori del film, rispondendo alle domande dei giurati, hanno sottolineato l'importanza della colonna sonora che, scelta accuratamente, accompagna in modo delicato e originale le vicende di Charleen. «Abbiamo indetto un concorso tra giovani musicisti tedeschi. Alla fine ne abbiamo selezionati otto e siamo andati a registrare le canzoni per il film in Spagna» ha detto Mark Monheim . «Volevamo realizzare un film che riuscisse a comunicare la difficoltà degli adolescenti a esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti» ha aggiunto Martin Rehbock.

About a girl è un film che tocca temi importanti, senza annoiare né risultare indigesto.

Livia Galtieri

Incontro con il regista Mark Monheim

Il giovane regista Mark Monheim ha incontrato la giuria di Alice nella Città per parlare del suo film in concorso, About a girl. È la storia di Charleen, adolescente di quindici anni e tre quarti affascinata dall’idea della morte ma spinta alla vita da un inatteso incontro con l’amore. «Il film parla di morte e di vita, ma non è tutto qui, c’è la famiglia, l’amicizia, il rapporto intergenerazionale: non è solo l’amore che salva dalla volontà di suicidarsi»: così Monheim dà conto della complessità di About a girl, che cerca di raccontare, in modo nuovo, «quel momento in cui, almeno una volta durante l’adolescenza, tutti abbiamo pensato di toglierci la vita, anche solo per scherzo». Non c’è una collocazione spaziale precisa nel film: la casa di Charleen, la sua scuola e la sua famiglia, così come il suo malessere, sono quelli di tutto il mondo. «Abbiamo cercato di fare un film che fosse il meno tedesco possibile, che potesse accomunarsi al contesto di tanti altri giovani», aggiunge il regista. Non è solo il luogo a non avere nome, è anche l’impulso al suicidio della protagonista a non avere un’origine nota: «Charleen vive con una famiglia che le vuole bene, ha alcuni amici e non le importa della scuola, è semplicemente infelice, senza spiegazioni, come succede spesso nella vita di tutti». About a girl racconta proprio come, nell’adolescenza, lasciarsi alle spalle i pensieri cupi e cadere nella depressione più feroce e ingiustificata siano due percorsi uguali e contrari, che si realizzano alla stessa velocità: «Non è un film sulla morte, è un film sulla vita e tutte le sorprese che può riservare». Cruciale è il ruolo che la comunicazione riveste per i più giovani, l’importanza di concedersi al dialogo, come spiega bene Monheim: «Charleen vive un processo che la porta dalla solitudine e dalla chiusura in se stessa alla necessità di confessarsi, di parlare, per sentirsi più leggera». Rompere il silenzio per sfruttare il potere terapeutico delle parole, proprio come ha fatto il regista sul destino del film in Italia: «Sembra che ci siano dei distributori interessati», ha confessato. Se c’è una lezione che About a girl ci ha lasciato, è che questa non la dovremmo chiamare ipotesi, ma più propriamente speranza.

Gianluca Giraudo (redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

SONG OF THE SEA

È un delicato viaggio attraverso il folklore irlandese quello che oggi ha aperto la sesta giornata di Alice nella Città: Song of the Sea, l'ultima fatica del Cartoon Saloon.

Saorise è l'ultima dei Selkies (capaci di assumere l'aspetto di foche ed esseri umani) e come tale è l'unica che può salvare con il suo canto le creature che animano le leggende locali, ormai prive di qualsiasi emozione e trasformate in pietra dalla strega-civetta Macha. Ma Saorise non parla: come farle cantare la canzone della Selkie? La chiave è nel prezioso cappotto che il padre le ha tolto, temendo di perderla come la madre, sparita anni prima. Confinati in città con la nonna, Saorise e Ben, il fratello maggiore, inizieranno una corsa contro il tempo per raggiungere la loro casa al faro e recuperare il cappotto entro la fine della notte di Halloween.

Seconda prova alla regia per Tomm Moore (già regista di The secret of Kells, candidato agli Accademy Awards 2010), Song of the Sea riesce ad essere un prodotto unico, dove un'avventura fantastica diventa il pretesto per celebrare il valore dei sentimenti e di quel patrimonio folkloristico che attorno ad essi si sviluppa.

«Ho iniziato a pensare a come le vecchie leggende ci abbiano aiutato a proteggere ciò che davvero ha valore ed è importante e a come, perdendo queste leggende, stiamo perdendo molto più che semplice folklore», ha dichiarato Moore in un'intervista rilasciata a maggio, sottolineando anche la precisa scelta di ambientare il film nel 1987, «che vedo come il momento di transizione in Irlanda in cui le vecchie tradizioni sbiadivano, appena prima del l'avvento della "Tigre Celtica"».

Il film verrà proiettato nuovamente stasera alle 20.30 in Teatro Studio Borgna.

Federica Nardiello

ELEMETARE

Elementare - Appunti di un percorso educativo non è il film-documentario di un regista. Dietro la macchina da presa, infatti, troviamo un insegnante di una scuola elementare del paese umbro di Giove, Franco Lorenzoni.

Per anni questo maestro ha registrato le conversazioni dei bambini, per cogliere frasi dei loro pensieri sul mondo. Lorenzoni non è un maestro qualsiasi, ma uno dei pochi con la M maiuscola. Come Demodoco, celebre cantore dei viaggi di Ulisse, unico personaggio dell'Odissea di fronte a cui Ulisse stesso piange perché sta udendo la propria storia, Lorenzoni vuole restituire ai bambini le loro frasi, i loro racconti, i loro pensieri, attraverso quella "cultura della restituzione" che vorrebbe essere diffusa nelle scuole.

Osservando i bambini, si delinea una vera e propria "cultura infantile", come lui stesso la chiama. I bambini si sentono sconfinati, si mettono in gioco e credono in quello che fanno, sono capaci di credere a una cosa e allo stesso tempo non crederci.
Il Maestro non ha voluto fare un documentario delle giornate scolastiche, ma registrare lo sguardo e le osservazioni dei bambini, in una scuola che prima di tutto offre loro la possibilità di conoscere e imparare con i propri ritmi, concentrandosi e operando per contrasto: «Se siamo lenti, se spegniamo i telefoni e i tablet, se iniziamo a costruire con le nostre mani e a interrogarli, daremo a tutti la possibilità di conoscere, di capire che esistono altri mondi e realtà, di non accontentarsi di come va il mondo.»

I bambini sono filmati mentre costruiscono il teorema di Pitagora pensando a cosa possa essere la radice di due, osservano la luce del sole sul meridiano disegnato da loro su un mappamondo, scelgono uno dei personaggi de La scuola di Atene di Raffaello per ricopiarlo, leggono le ultime lettere di Socrate cercando di capirne il significato, raccontano davanti a un fuoco il mito della caverna di Platone, e sono interrogati sulla morte e sull'esistenza dell'anima. Il tutto con la compagnia del teatro che li aiuta a esprimere quello che hanno imparato.

«Capire i bambini è difficilissimo», recita l'introduzione del nuovo libro di Franco Lorenzoni «i bambini pensano grande», per questo per insegnare bisogna prima imparare ad ascoltarli, «innalzandosi fino all'altezza dei loro sentimenti».

Alissa Balocco

GUARDIANI DELLA GALASSIA

Approda ad Alice nella Città, in anteprima nazionale, Guardiani della Galassia, film che vede alla regia James Gunn (Comic movie, Super), prodotto dai Marvel Studios e distribuito dalla Walt Disney Company, tratto dall’omonimo fumetto firmato Marvel Comics.

A colpi di laser e combattimenti animati dalla grafica 3D, l’intergalattico action movie porta sul grande schermo lo stravagante team composto dal ladro Peter Quill (Chris Pratt), l’assassina aliena Gamora (Zoe Saldana), il procione geneticamente modificato Rocket  Raccoon, l’albero umanoide Groot e il guerriero assetato di vendetta Drax "il distruttore", impegnati a fermare il malvagio Kree Ronan "l’accusatore", mosso  dalla mano del titano Thanos.

Alimentato dalla grande attesa da parte del pubblico, la pellicola si pone come continuum ideale degli elementi  già affrontati in Thor: The Dark World, le Gemme dell’Infinito, alla quali sarà dedicato un ruolo centrale.

Il ritmo serrato e la spettacolare fotografia a cura di Ben Davis vengono accompagnati da una forte componente comica marcatamente Disney, della quale si troveranno riferimenti durante tutta la durata del film.

A dispetto della componente futuristica si va a ritmo anni ’70 tramite l'utilizzo di una colonna sonora che porterà nelle infinità galattiche David Bowie, Blue Swede, 10cc, Marvin Gaye e i The Runaways, registrati nella cassetta gelosamente custodita da Quill dal titolo "Awesome Mix #1".

Al cast si aggiungono Bradley Cooper e Vin Diesel, come doppiatori del duo composto da Rocket Raccoon e Groot, e un’inaspettata Gleen Close nei panni dell’autoritaria Comandante Rael dei Nova Corps.

Il boom al botteghino (732,6 milioni di dollari in tutto il mondo) porta Guardiani della Galassia al quattordicesimo posto nella classifica dei film ad aver superato i 300 milioni di incasso nel 2014 (superati da Gunn solo nei primi 10 giorni di programmazione), facendo conquistare al film il titolo di miglior esordio 2014 alle anteprime.

Bernardo Pozzi

GHADI

L’ottavo film di concorso è stato presentato oggi ad Alice nella Città: Ghadi, film libanese diretto da Amin Dora e prodotto da The Talkies.

Leba insegna musica nella piccola scuola elementare di una cittadina libanese e, dopo averla corteggiata con la musica, sposa il suo grande amore Lara, insegnante di letteratura francese nella stessa scuola. Dalla coppia nascono Yara e Sarah, presto raggiunte dal fratellino Ghadi, affetto dalla sindrome di down. Amato dalla sua famiglia ed estasiato dalla musica del padre, il bambino passa il suo tempo sul davanzale cercando di cantare ed emettendo, però, urli confusi che infastidiscono e irritano il vicinato il quale decide di promuovere un’aspra petizione per far internare il ragazzo in un centro specializzato. Leba, per impedire la separazione dal figlio, mette in atto un piano per far conoscere al mondo, avvelenato dal pregiudizio, il suo angelo.

Opera prima del regista libanese Amin Dora, la pellicola affronta la pesante arretratezza culturale di una cittadina come Batroum volando sulle ali della musica classica. Il pregiudizio, la chiacchiera di paese, la parola tagliente sono gli elementi che delineano il profilo di una società rigidamente radicata nelle proprie tradizioni e nel proprio credo, dove la diversità, in tutte le sue forme, non ha ragione né modo di esistere. Dal piccolo protagonista traspaiono innocenza e tenerezza, dagli occhi della famiglia tanto amore quanta paura.

La critica non si dimostra l’unico ingrediente del film che fonde dramma e commedia, risata e amara consapevolezza; prende infatti il suo posto sul piedistallo anche un forte sentimento di speranza, vivacemente incarnato da personaggi disposti a condire con le loro vite quello che solo apparentemente si dimostra essere l’analisi di un unico dolore.

L’opera si dimostra, come gli occhi di Ghadi, ricca di tante storie e tanti segreti.

Bernardo Pozzi

TOKYO FIANCÈE

«Mi ero persa nel Giappone» esordisce Amelie (Pauline Etienne), in una delle scene più emblematiche della pellicola.

Tokyo fiancée, diretto da Stefan Liberski, prodotto dalla Versus production e distribuito da Films distribution, nasce dalle parole della scrittrice belga Amèlie Nothomb e del suo libro Ni d’Eve ni d’Adam (Nè di Eva nè di Adamo).

L’intreccio si sviluppa in Giappone ed in particolare a Tokyo, dove vive la protagonista, Amelie. Il suo obiettivo è diventare parte integrante della cultura nipponica, nonostante le sue origini belga. Per riuscirci decide di impartire lezioni private di francese; il suo primo alunno è Riri (Taichi Inoue), un curioso ragazzo giapponese che tombe amoreux della sua bella insegnante. Ma le pressanti consuetudini giapponesi stanno strette all’animo libertino di Amelie.

La pellicola riesce ad inserire lo spettatore all’interno di un’atmosfera briosa e serena, che permette di entrare nella testa della protagonista, nel suo modo di vivere e di interpretare la vita giapponese.
Emblematiche sono le scene ambientante in un fantasioso NŌ (tradizionale teatro giapponese), che interrompono il continuum della pellicola, sottolineando l’attitudine un po’ goffa e a tratti naif del personaggio. Le musiche inoltre, rinforzano il processo di mimesi dello spettatore nella psicologia della giovane belga, perché sembra di essere a contatto con un tipico scenario da film di animazione. Ma è proprio questa dicotomia che aiuta a mantenere saldo il rapporto tra mondo psichico e mondo della realtà.

Le scene si susseguono in maniera rapida e divertente, seguendo passo dopo passo il rapporto dei due giovani e del loro innamoramento, che in realtà non sembra avvenire tra due entità fisiche ma tra due culture. Simbolica è una frase della protagonista: «Non vorrei che lui mi vedesse come la Francia e io come il Giappone».

Qual è quindi la verità? È una storia d’amore tra due persone o tra due nazioni? Il regista lascia carta bianca allo spettatore, che deve cercare una soluzione o magari deve solo lasciarsi trasportare dal dubbio emotivo della protagonista.

Lo stile rispecchia molto quello della scrittrice belga, Amélie Nothomb, che il regista, come lui stesso afferma durante l’incontro con i ragazzi della giuria di Alice nella Città, conosce molto bene. In effetti Tokyo fiancée non è il primo lavoro che Liberski realizza prendendo spunto dalla scrittrice; basti pensare a Portrait d’Amélie Nothomb, un cortometraggio prodotto nel 2000. Questo spiega lo stretto rapporto tra i due, che non riflette una qualche forma di “sudditanza” del regista nei confronti del libro, ma al contrario mostra un’affinità tanto emotiva quanto stilistica.

Claudio Coratella

THE CROW'S EGG

The Crow’s Egg, presentato ad Alice nella Città in questo ottavo giorno del Festival del Film di Roma ci porta fra i labirintici slums di Chennai, in India.

Il regista M. Manikandan sceglie di raccontarci, in questo suo primo lungometraggio, la storia di due fratelli, chiamati scherzosamente dai loro amici Piccolo e Grande Uovo di Corvo, e la realizzazione di un sogno quasi impossibile: mangiarsi una pizza in India. Il film ci trascina, anche grazie alle sue splendide musiche, nella realtà fatta di povertà e lavori di fortuna nella quale i due bambini sono costretti a vivere, subendone il clima a volte violento. A completare la loro famiglia troviamo una madre che deve anteporre il lavoro all’educazione dei suoi figli, un padre in prigione e una simpaticissima nonna. Intorno ai personaggi si muove una folta schiera di furfanti maldestri, politici e impresari, tutti impegnati a truffare e a corrompere, le cui storie si intrecciano e finiscono, inevitabilmente, per influenzare le vicende dei due protagonisti.

L’equilibro nella baraccopoli viene rotto quando la madre dei due bambini riceve in regalo una nuova televisione: i bambini rimangono profondamente colpiti dalla pubblicità di una invitante e succulenta pizza; scatta subito la passione per questo “frutto proibito”, che scoprono essere venduto in un nuovo fast food dietro la loro casa. I due sono pronti a tutto pur di comprasene una fetta: raccolgono carbone, si offrono di portare a casa gli ubriaconi e si trovano dei vestiti nuovi per essere all’altezza dei tanto odiati bambini ricchi, quelli che possono permettersi l’amata pizza. Purtroppo, nonostante il loro duro lavoro e l’aiuto di vari amici (primo fra tutti lo stravagante “Succo di Frutta”), i protagonisti non riescono ad entrare nel fast food, rimanendo imprigionati nella gabbia delle caste che divide la società indiana, a causa del loro aspetto esteriore che rivela le loro umilissime origini.

Il film riesce a trasmettere l’effetto della globalizzazione sulle realtà più povere: dare sogni consumistici e quasi irrealizzabili a chi non se li può permettere, trascinando anche loro verso un’assurda corsa all’acquisto. Se all’inizio della storia è quasi inconcepibile che due bambini si affatichino tanto per una pizza, è solo dopo l’ennesimo rifiuto che lo spettatore viene trascinato via dal lusso delle città e catapultato tra gli sporchi vicoli della baraccopoli, dove un assaggio di pizza si tramuta in un assaggio di paradiso capace di far evadere i due fratelli da una realtà in cui nessuno li rispetta e dalla quale vogliono fuggire.

Questo è, in definitiva, un film coscienzioso: il regista sottolinea l’abuso e la violenza sui minori e come, lentamente, anche per i bambini poveri tutto stia cambiando in loro favore, soprattutto grazie all’aiuto delle nuove tecnologie:. Sarà infatti un video caricato su internet a dare ai ragazzi la possibilità di una svolta.

Matteo Primavera

ALL CATS ARE GREY

Nella notte tutti i gatti sono grigi e tutto si confonde, tutto si mescola nell’oscurità e tutto sembra uguale.

All cats are grey di Savina Dellicour racconta la complessa storia di un’adolescente, Dorothy (Manon Capelle), che cerca di scoprire l’identità di suo padre, ricordando un po’ l’omonima figura del Mago di Oz. Dorothy non riceve delle plausibili risposte dalla madre e la sua vita non sembra più appartenergli, così che, spinta dalla curiosità, decide di consultare un detective privato, Paul. La curiosa personalità di quest’ultimo, per tutta la durata della pellicola, non subisce un cambiamento emotivo bensì esclusivamente ruolistico. Il detective passa da presunto padre della ragazza ad eroe positivo della storia, a colui che riesce a portare la questione dell’identità che tormenta Dorothy non tanto ad una conclusione, quanto più ad un compromesso . L’apparente struttura circolare dell’intreccio rivela infine un inaspettato colpo di scena.

La pellicola, opera prima della regista belga, mostra realisticamente uno degli aspetti più significativi dell’adolescenza: l’amplificazione emotiva. A chi non è capitato, durante la propria teen age, di essere davanti ad un muro invalicabile, ad una questione dalla quale non si percepisce via d’uscita e che di conseguenza il proprio microcosmo si colorasse di nero e tutto si confondesse?

Non secondario è inoltre il rapporto tra le due amiche, Claire e Dorothy, che, come spiega Dellicour, vuole rappresentare le due cȏtés del tipico adolescente: folle e libertino da un lato e alla ricerca di risposte dall’altro.

Le sequenze sono curate nei minimi dettagli: dalle coinvolgenti musiche agli scenari, che non rappresentano un luogo ben preciso ma simbolizzano  invece un qualunque environment giovanile, composto da: una casa, una discoteca, un parco per skaters dove i ragazzi si incontrano abitualmente. Anche i rapporti sociali descritti ricordano alcuni dei tipici luoghi comuni dell’adolescenza: il rapporto conflittuale madre-figlia, il voler essere libero, la sregolatezza.

Queste tematiche vengono però trattate con una certa delicatezza: la regista non cede al tragico, al dramma ma mantiene sempre uno stretto collegamento con la realtà. Processo di mimesi o semplice rappresentazione del reale?

Naturalmente non mancano elementi simbolici, basti pensare alla scena in cui, mentre Dorothy balla stordita dall’alcool, si intravede la maschera di un lupo. Pericolo e paura si nascondono nella vita degli adolescenti, i quali per la prima volta sono esposti a nuove esperienze e nuove emozioni che a volte non sanno gestire, facendosi travolgere come fossero agnelli sbranati da feroci lupi.

La ricerca dell’identità non è quindi l’unica chiave di lettura di questa emozionante pellicola, ma tutto ciò che c’è intorno arricchisce in maniera originale l’elaborato.

Claudio Coratella

Intervista a Savina Dellicour

All cats are grey. Tutti i gatti sono grigi. Un titolo che richiama i Cure, ma non solo. La regista Savina Dellicour spiega cosa c’è all’origine del film presentato in concorso ad Alice nella Città. «All’origine c’è sicuramente la canzone. La ascoltavo continuamente quando stavo scrivendo la sceneggiatura. E, anche all’interno del film, la protagonista dice che sta ascoltando i Cure. Ma non solo. In francese abbiamo quest’espressione, “la nuit, tous les chats sont gris”. Significa che non bisogna fermarsi di fronte all’apparenza, che nell’oscurità tutte le cose si confondono. Anche i sentimenti. E poi, ovviamente, si può riferire anche alla notte in cui è stata concepita la protagonista».
All cats are grey è un film in cui ci si perde e ci si ritrova. Un film in perenne ricerca. «All’inizio abbiamo una ragazza che cerca il proprio padre biologico» continua Savina Dellicour «e un padre che sta cercando di incontrare la figlia che non ha mai conosciuto. Quando si trovano, capiscono di non essere legati biologicamente. Eppure si sono trovati, hanno creato un legame. Quindi non è solo una questione di sangue, di DNA. In parte lo è, ma è anche questione di scelte. Di costruzione, di percorsi di vita». 

Alessandro Venier (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

THE ROAD WITHIN

Viene proiettato oggi il dodicesimo ed ultimo film in concorso di Alice nella Città: un on the road attraverso gli States diretto da Gren Wells, nel suo esordio alla regia, che vedrà protagonisti tre ragazzi e una Saab del ’99.

Vincent (Robert Sheehan) è un ragazzo affetto dalla sindrome di Tourette: figlio di genitori divorziati, dopo la morte della madre viene affidato ad una clinica dal padre incapace di gestirlo. Qui il ragazzo conosce Alex (Dev Patel), affetto da disturbo ossessivo compulsivo, e Marie (Zoe Kravitz), afflitta da anoressia. Dopo una brevissima permanenza nel centro, per una fortuita successione di eventi, i tre si ritrovano in macchina, direzione: oceano.

Quello che nasce come un viaggio di evasione, diviene un’avventura alla macchia arricchita da risate e inconvenienti, liti e spasmodici comportamenti che faranno di questa fuga un viaggio alla scoperta di sé stessi.

Remake americano di Vincent will Meer (Ralf Huettner, Germania, 2010), The Road Within riporta una storia di amicizia, di conflitti e di fragilità espressi con toni spiritosi e leggeri da cui traspare, però, una componente più cupa e riflessiva atta ad analizzare la spinosa tematica della malattia e il forte senso di inadeguatezza che scaturisce da questa.

La malattia è accompagnata dal dolore della perdita, che si farà portante per due dei tre protagonisti. Il film, teso a riconoscere le battute d’arresto dei suoi protagonisti e a celebrarne i trionfi, porta tutti i suoi personaggi, caratterizzati da caratteri spigolosi, a scontrarsi gli uni con gli altri, creando un clima sfaccettato e complesso, a tratti grottesco e colorito.

Il mondo negli occhi di tre ragazzi in fuga verso l’ovunque, l’imprevedibile, lontani dalla società che li ha etichettati, più vicini tra loro di quanto pensino.

Bernardo Pozzi

Incontro con la regista Gren Wells

«Quando si realizza un film, la cosa più importante è che la propria creatività sia lasciata libera e senza vincoli». Pensieri e parole di Gren Wells, regista statunitense al debutto con il film The Road Within, presentato in concorso ad Alice nella Città. Una storia difficile, tre ragazzi affetti da disturbi diversi che, sognando una nuova vita, scappano dalla clinica dove sono in cura e partono per uno straordinario viaggio verso l’oceano. Un’opera complessa, di quelle per cui è sempre difficile trovare finanziamenti, come conferma Wells: «il budget del film era molto limitato, ma non sempre questo è un male perché minore è la disponibilità economica maggiori sono il controllo e la libertà d’espressione del regista. Purtroppo ad un budget basso corrisponde anche un tempo di riprese ristretto, e questo ha reso la realizzazione piuttosto difficile: abbiamo dovuto girare in 23 giorni cercando di perdere meno tempo possibile e per un road movie, in cui gli spostamenti sono molti, diventa ancora più complicato». Il risultato è stato dei migliori, ma la regista statunitense si augura comunque di avere più soldi a disposizione per il prossimo film, di cui tuttavia non svela alcun segreto: «c’è già un progetto, ma non ne posso ancora parlare. Intanto a breve comincerò un nuovo programma per la tv sulla vita di cinque rockstar». Noi, dopo che Variety l’ha selezionata come una delle 10 registe da seguire nel 2014, attendiamo curiosi il prossimo lavoro della coloratissima Gren Wells.

Francesco Giuseppe Trotta (Redazione Scrivere di Cinema, Premio Alberto Farassino)

BLACK AND WHITE

«Non è una questione di bianco o nero, è una questione di giusto o sbagliato!» Questo lo sfogo di Elliot Anderson (un sorprendente Kevin Costner) , il protagonista di Black and White, che forse riassume il senso del nuovo film di Mike Binder, presentato oggi in Concorso al Festival del Cinema di Roma in collaborazione con la sezione indipendente di Alice nella Città.

Anderson, brillante avvocato rimasto improvvisamente vedovo, si trova a dover crescere da solo la nipotina Eloise, "mezza bianca e mezza nera" , e a contendersene la custodia esclusiva con la nonna, Rowena (interpretata da una magnifica Octavia Spencer). Al modello familiare vivace e chiassoso proposto da quest'ultima, si contrappone quello di Elliot stesso, inquadrato nel "quartiere più sicuro della città" dove Eloise può frequentare "la scuola migliore della città." Eppure il punto non è solo la felicità e il benessere della bambina, ma le tensioni, i pregiudizi (più o meno fondati) razziali, che minano qualsiasi possibilità di accordo tra le parti, costringendo entrambi ad un logorante, eppure formativo, iter in tribunale.

Un tema molto caro a Costner (anche produttore del film) quello dell'integrazione razziale, qui affrontato in un'ottica differente: non è il colore della pelle a definire il valore di un uomo, ma le sue azioni. Binder dirige un cast eccellente, che include (oltre ai già citati Costner e Spencer) Anthony Mackie e Jennifer Ehle, dando vita a sequenze dal grande valore lirico che ben si inseriscono in un film che non lascia nulla di non detto, nulla di non perfettamente studiato.

Il film arriverà nelle sale italiane a febbraio 2015.

Federica Nardiello