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Dreams by the sea è un film drammatico diretto da Sakaris Stórá. Ambientato in un’isola danese, incentra la sua storia su due ragazze adolescenti che diventano le protagoniste e si uniscono nei loro drammi per trovarne, insieme, una via d’uscita.


Ester vive in quel posto per lei troppo piccolo da quando è nata ed è costretta a passare un’esistenza noiosa e monotona che la porta a desiderare di fuggire dal suo paese, dalla sua famiglia e persino della sua stessa vita. Ragna, al contrario, è una ragazza trasferita lì da poco, ribelle e scontrosa. Le due rappresentano l’uno l’alter ego dell’altra e allo stesso tempo due mondi opposti dell’adolescenza, come sostiene il regista.


Il film ha come sfondo i meravigliosi paesaggi del paese nordico, che gli conferiscono un'ottima scenografia, accompagnata da un altrettanto buona fotografia. Sebbene il film in sé non abbia un ritmo particolarmente lento, nella sua metà si caratterizza di scene di vita quotidiana che non recano particolare movimento e dinamicità alla trama, la quale invece, si incentra sull’evoluzione e sul cambiamento delle protagoniste.


La prima parte della pellicola è incentrata sul rapporto tra le due che si contrappone dall’inizio alla fine, ma che nella conclusione le farà unire come degli elementi di un puzzle. Ester vorrebbe essere Ragna, Ragna vorrebbe essere Ester. Se non altro la ragazza ribelle e tanto scontrosa, come viene descritta, ha un cuore tenero e una fragilità interna coperta da una spessa corazza che non fa apparentemente oltrepassare alcun dolore. Ragna, infatti, si occupa della mamma alcolizzata e del suo fratello minore. Ester, vive con i genitori in un villino, e passa le domeniche nella chiesa di paese. Ha avuto un’educazione cristiana ma non è felice. “A volte mi sembra di non riuscire a respirare”, dice a Ragna in una scena.

Verso il finale il film cambia il suo corso adottandone uno più lento e al contempo poco scorrevole. Inoltre, durante la storia si omettono parecchi passaggi che rimangono dubbi allo spettatore, sebbene la pellicola si concluda con un finale significativo.
 
Ilaria Di Nardo

 

Il confine del mondo. Questo quello che Ester vuole raggiungere. Cresciuta in una restrittiva famiglia religiosa, questa sedicenne vuole solo fuggire dalla sua isola sperduta della Danimarca e finalmente riesce a trovare la sua via di fuga. È Ragna, coetanea ribelle costretta ad occuparsi del fratellino più piccolo a causa della madre alcolizzata. Queste due ragazze sono completamente diverse tra di loro, le due facce della stessa medaglia, della stessa adolescenza: se da una parte abbiamo Ragna, costretta a crescere troppo in fretta, ribelle ma allo stesso tempo più adulta e consapevole di sè, dall’altra c’è Ester, ingenua che si lascia trasportare dai desideri adolescenziali di una vita “diversa”, più “spericolata” e animata da una voglia di ribellione scatenata proprio dall’arrivo di Ragna. Tuttavia sarà proprio quest’ultima a sciogliere le aspettative di Ester perché, come Ragna dice, alla fine del mondo vi è solo un fragile recinto e nulla di più.

L’amicizia improbabile tra queste due ragazze viene consumata in un freddo paesaggio scandinavo pieno di mare, umido e nebbia, in queste case di legno scricchiolante in cui molti dei dialoghi più intensi sono ambientati. Se abbiamo dei bei dialoghi e degli ottimi attori, dei bei personaggi su cui costruire una bella storia, ci manca un po’ di ritmo che non fa decollare completamente la storia. Si avverte infatti verso metà film un senso di “perdita del filo” con pezzi di trama che vengono abbandonati e domande a cui non vengono fornite delle risposte chiare. Tuttavia il film si riprende sul finale che ci fa dimenticare quei momenti in cui non si aveva ben chiaro dove sarebbe andato a finire il film.

Molto apprezzata invece la scelta del sonoro che sembra mancare di colonna sonora ma che invece è sostituita da un lavoro di effetti sonori superbo. Un altro grande complimento va agli attori, in particolare alle due protagoniste, per entrambe prima volta sul grande schermo, che si sono destreggiate molto bene nel film. Helena Heðinsdóttir (Ragna) in particolare ha centrato il personaggio e un po’ viene da pensare a cosa sarebbe potuto succedere se avessero sfruttato il suo talento e il suo personaggio nel rapporto con il padre di Ester, rapporto di amicizia e comprensione, forse il primo punto di riferimento adulto di Ragna, di cui ci viene dato un assaggio ma che non viene approfondito.

In generale il film è piacevole e ben scritto, con quest’isola che rappresenta la sicurezza, la monotonia e l’incanto dell’infanzia ma che non può tenerci per sempre dentro di sé; bisogna provare il desiderio di fuggire, bisogna crescere attraverso l’amicizia e le esperienze “crude” della “cruda” realtà, come un coetaneo con un genitore alcolizzato. Il film racconta di questa realtà di crescita attraverso l’amicizia e la scoperta dell’amore, ma sopratutto la scoperta di sé stessi oltre la famiglia, oltre l’isola.

Silvia Gangeri