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Attraverso il documentario Io sono qui, Gabriele Gravagna si fa portavoce di uno tra i capitoli più drammatici della politica italiana attuale: l’immigrazione minorile. Quello dell’integrazione è un tema più che mai attuale che, tuttavia, risulta estremamente trascurato e mistificato dai mezzi di comunicazione odierni.

Il regista ha deciso di raccontare la storia personale di Dine, Magassouba e Omar, tre giovani ragazzi ospitati nei centri di accoglienza per minori stranieri di Palermo, gestiti dall'Associazione Asante Onlus e supportati dall'UNICEF. Il documentario ha l’ostico onere di dar voce ai 14.000 migranti minorenni che, animati da una disperata necessità di andare avanti e da un’infinita speranza, decidono di affrontare questi lunghi e disumani viaggi.

Io sono qui mira a sensibilizzare gli spettatori attraverso una fortissima e diretta testimonianza del dolore e della sofferenza che, continuamente, migliaia di ragazzi sono costretti a soffrire a causa di insostenibili situazioni di guerra. I protagonisti del documentario raccontano che l’immigrazione non è un crimine e che, ineluttabilmente, rappresenta l’ultima spiaggia di situazioni ormai senza altre possibili soluzioni. Questi ragazzi vogliono solo ricominciare a vivere e a credere nel proprio futuro e questo risulta loro possibile grazie ad associazioni che, favorendo il più possibile processi d’integrazione all’interno della società, danno loro delle nuove prospettive di vita. È palpabile la paura di questi ragazzi che, avendo perso i lori cari, decidono comunque di abbandonare la propria patria per affrontare ciò che temono di più: il mare e il deserto. I tre protagonisti raccontano di aver subito violenze, di aver vissuto l’esperienza della prigionia, di essere fuggiti da guerre che non hanno mai dichiarato e, nonostante ciò, di aver avuto la forza di rialzarsi.

“Questo mondo non è facile, la gente parla e non sa”, così Magasuba riassume la tragica situazione legata all’altro volto dell’immigrazione.

Elisa Lagatta