RECENSIONI XIV EDIZIONE - 2016

LAYLA M.

Layla (Nora El Koussour) è una ragazza di 18 anni, olandese, nata e cresciuta ad Amsterdam. Come molti adolescenti, è testarda e ribelle, con l’unica differenza che la sua disobbedienza deriva dalla continua lotta per far valere le sue origini marocchine e musulmane. A mano a mano che la rabbia cresce, Layla inizia a frequentare un gruppo di musulmani integralisti nel quale incontra Abdel (Ilias Addab); i due, dopo essersi sposati, decidono di fuggire, raggiungendo il Medio Oriente. Layla, quindi, capisce cosa vuol dire realmente “lottare” per la propria fede in una realtà dura, che inizialmente apprezza ma che poi si rivela distante dalla sua natura.

In questi giorni di bombardamento di notizie mediatiche che alimentano l’odio e la rabbia nei confronti dell’Islam, è importante riflettere attraverso storie come quella raccontata dalla regista Mijke de Jong. Layla non è solo olandese, Layla è una ragazza occidentale che combatte, dentro di sé, con un background opposto. Non a caso, i riferimenti all’ambiente in cui è nata e cresciuta sono ridotti al minimo: capiamo che è di Amsterdam solo perché lo dice lei stessa, a metà film, alla ragazza tedesca che incontra in Medio Oriente. La regista, infatti, vuole raccontare una storia con un valore universale e che non sia radicata in un luogo preciso.

La protagonista si può definire quasi un’eretica, nel senso che si oppone a tutto ciò che vive. Layla non riesce ad adeguarsi a nessuna realtà che incontra nel suo percorso: appena raggiunge l’obiettivo da lei prefissato, rimane comunque insoddisfatta, in una condizione di conflitto interiore perenne. La sua incompatibilità inizia dallo scontro con la famiglia: prima con i genitori, nati in Marocco, poi con il fratello, il quale, con forte consapevolezza, ribadisce che il suo non è un Islam politico. Inoltre Layla non riesce a vivere la fede in maniera univoca e costante: da una parte, rivendica la sua religione come un valore quasi politico partecipando a manifestazioni e stampando la sua faccia su volantini accompagnati da slogan, dall’altra, una volta raggiunto il Medio Oriente, non riesce a mantenere lo stesso spirito e si scontra con il neo-sposo Abdel, che vive l’Islam in maniera estrema e violenta.

Il dualismo che si sviluppa in Layla è quello che si trova in qualsiasi ragazzo di seconda generazione che, nato e cresciuto in un determinato paese da genitori di origini diverse, non capisce quale sia la sua vera casa e la sua vera identità, perché in fondo non si sente mai davvero a casa. Per questo motivo è apprezzabile il lavoro di Mijke de Jong, in quanto non banalizza, attraverso i soliti cliché e luoghi comuni legati al bullismo e al terrorismo, un tema attuale e di estrema importanza e complessità, ma sceglie invece, attraverso un forte realismo, di scavare in profondità.

Caterina Barbieri

LONDON TOWN

 il 1979, in Inghilterra: la storia parte esattamente da qui. Ci ritroviamo in un contesto storico particolarmente ben definito, alle porte di un governo conservatore opprimente sotto la guida della Iron Lady, Margaret Thatcher, e sotto la completa influenza musicale della punk music, che vive in questi anni il suo massimo splendore.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare però, London Town non è un manifesto cinematografico di un’era musicale o culturale: l’impresa invero sarebbe stata immensa ed epocale, viste le innumerevoli sfumature che componevano la scena musicale di quegli anni. London Town si preoccupa di fare qualcosa di più semplice, ma assolutamente mirata ed intelligente, per una commedia che è musicale soltanto in parte. La trama è infatti centrata sull'evoluzione della vita di un quindicenne, Shay (Daniel Huttlestone), a cavallo tra la sua situazione familiare, costantemente in bilico, e quella che potremmo definire, visto che siamo in tema, la sua London Calling, che riguarda più sfumature della vita del giovane, legate sia al ricongiungimento con la figura materna, che alla scoperta delle frontiere musicali in piena esplosione in quegli anni. Entrambe queste sfumature trovano una soluzione nella capitale inglese. Per scelta di trama, legata sia all’esperienza personale del regista che alla storia della madre di Shay, la musica che condizionerà quest’ultimo sarà proprio il punk rock, nelle sembianze dei Clash e del loro carismatico frontman, Joe Strummer.

La pellicola propone interessanti riflessioni sulla necessità di cambiare vita e stare al passo con i tempi, e lo fa con ritmi non eccessivamente posati, ma neanche troppo veloci. L’equilibrio della trama è ben gestito, mai del tutto scontato e abbastanza appassionante. Per il film inoltre non sono stati costruiti dei set, ma è Londra stessa il cuore pulsante della scenografia, unita anche a materiale di archivio appositamente montato per determinate scene di valenza storica o sociale.

Il regista non lascia la propria impronta artistica nelle inquadrature, spesso semplici e dirette, ma nelle sfumature della trama, sottolineando determinati dettagli riguardo lo sviluppo dei personaggi ed assecondando una sceneggiatura che regge ottimamente l’impatto con il ritmo della storia e con la colonna sonora, quest’ultima travolgente e trascinante nei ritmi veloci dei Clash e del punk rock, con pochi intermezzi raggae e rockabilly. Altra nota di merito va ai costumi, assolutamente fedeli e capaci di riprodurre uno dei mezzi principali dell’anticonformismo ribelle presente nel movimento punk, la sua moda. L’interpretazione del cast è buona e coerente, e il picco di qualità si evidenzia nella figura del talentuoso Jonathan Rhys-Meyers, che potrebbe benissimo essere scambiato per il vero Strummer, data la performance.

Nel complesso il film è piacevole, con sbavature poco o per nulla evidenti legate più alla scenografia che alla messa in atto della storia, e l’invito a lasciarsi prendere dalla London Calling, in questo caso, è ben accolto e consigliato. 

Antonio Tedesco

KIDS IN LOVE

La pellicola, incentrata sulla vita frivola di un gruppo di giovani londinesi, vede tra i protagonisti Jack, un ragazzo che pianifica un viaggio in Sud America insieme all'amico Tom. I progetti tuttavia cambiano quando Jack si innamora di Evelyn e decide di rinunciare al viaggio.

Alla trama poco dinamica e priva d'originalità, si accosta lo stile di vita edonistico ed effimero dei personaggi, che caratterizza la fase di passaggio tra l'adolescenza e l'età adulta. L'interpretazione del cast, seppure non straordinaria, si contraddistingue in alcuni personaggi per una forte vitalità giovanile, aspetto che si riscontra soprattutto nel personaggio di Viola, interpretato da Cara Delevingne.

La sceneggiatura presenta dei  colori vivaci che ravvivano la trama, benché non riesca minimamente a discostarsi dal classico film destinato ai "teenagers", riproponendo una trama già vista.

Una nota di merito va invece alla scelta della colonna sonora che propone brani piacevoli e variegati. Il film nella sua totalità  è da considerarsi  leggero e adatto all'intrattenimento.

Arianna Capoccitti

KICKS

Kicks, il nuovo film di Justin Tipping, scelto come apertura del Tribeca Film Festival 2016, racconta la storia di Brandon, un ragazzo afro-americano di tredici anni senza famiglia che, a causa della sua scarsa altezza, affronta con grande difficoltà la quotidianità: i rapporti con i compagni, la scuola e le ragazze. Il protagonista ha due amici, Albert e Rico (interpretato da Christopher Meyer, già noto per il suo ruolo nella serie tv Wayward Pines), figure adiuvanti che lo accompagnano sempre ma anche rispetto ai quali Brandon si sente inferiore.

Il film si apre con un conto alla rovescia e un uomo sulla luna - come nella canzone di Bowie Life on Mars - e le prime parole pronunciate dal ragazzo sono: "Vorrei essere un astronauta per andare nello spazio, dove nessuno può rompermi le palle". Fin da subito, dunque, il regista immerge lo spettatore nello stato emotivo dell’adolescenza in cui ci si sente estranei da tutto e ci si rifugia in una realtà più dolce: il sogno. Infatti spesso il ragazzo sovrappone i due piani esperienziali, scegliendo l’astronauta come sua interfaccia.

Tipping raccoglie la lezione dei grandi maestri del cinema italiano e, come Comencini e De Sica, filtra la realtà con gli occhi di un bambino, segnando la contaminazione della cultura della violenza in cui è immerso fin dalla nascita. Quello in cui ci catapulta Kicks è un mondo in cui il potere, l’affermazione sociale e il rispetto non sono simboleggiati dal denaro e dai beni di consumo, ma dalla tipologia di scarpe. "Ogni scarpa una camminata. Ogni camminata una diversa concezione del mondo", così diceva Nanni Moretti in Bianca. Costanti nelle inquadrature sono infatti le scarpe, che rappresentano per Brandon il raggiungimento della felicità, come ci insegna anche Pascoli quando parla delle "scarpe d’avorio mai indossate". Avevamo già visto in The crow’s egg (film in concorso nel 2014 ad Alice nella città) quanto dietro ad un semplice oggetto possa celarsi una grande metafora, un inestimabile valore, un sogno rilucente, un’idea salvifica. Ma quanto costa battersi per raggiungerla?

Attraverso diverse scelte stilistiche, quali la divisione in capitoli, l’uso del slow motion, l’incalzare della colonna sonora e la  climax ascendente, ogni gesto, ogni decisione, ogni scena  di una realtà dimenticata  diventano narrazione epica.
Il regista dichiara che l’idea di questo film è nata da una sua esperienza personale e, dopo il corto Nani, ha deciso di addentrarsi nella cultura maschile di oggi, dove i riti di passaggio, la violenza, le subordinazioni hanno ancora, purtroppo, molto valore.

In un’ora e venti Brandon viene pedinato passo passo durante questo suo "viaggio dell’eroe" che corrisponde alla sua crescita, segnata da simboli e azioni che non non gli appartengono. Kicks  è una denuncia perché riporta una realtà  rimossa in cui la legge è dettata dal sangue e la giustizia corrisponde alle faide, come in West Side Story.

Il film ha un retrogusto anni ottanta in cui si ritrovano elementi tipici come il gruppo di amici,  i viaggi e il racconto. Magistrale è l’utilizzo della musica che fa da specchio agli stati emotivi del ragazzo, dalla spensieratezza alla soddisfazione fino alla solitudine, e ci accompagna in ogni angolo della città senza risparmiare nulla allo spettatore. La colonna sonora di Brian Reitzell raggiunge il suo apice nell’ultima parte, in cui riecheggiano le note di Halloweendi Carpenter, favorendo la climax finale ascendente.

I produttori Adele Romanski e David Kaplan (reduce dal recente horror It follows di R.Mitchell, anche questo nostalgicamente anni ottanta) sono stati subito catturati dalla trama del film favorendone la realizzazione e scegliendo ai castings il giovane Jahking Guillory,  alla sua prima esperienza.

Il film si chiude con Brandon che  è diventato uomo ed ha capito che quelle scarpe per cui aveva lottato tanto non lo faranno atterrare su un altro pianeta ma lo terranno ancora più inchiodato a terra.
E come si accomiaterebbe Beckett: "Se la prendono con le scarpe, quando la colpa è del piede"…

Alice De Luca

MAX STEEL

Max Steel (Ben Winchell), l'eroe degli anni novanta della Mattel, approda oggi sul grande schermo in anteprima italiana ad Alice nella Città.

Max è un ragazzo di sedici anni con varie problematiche annesse: il rapporto difficile con la figura materna, l'integrazione nella nuova scuola e gli ostacoli di una storia amorosa. Dopo numerosi traslochi, finalmente torna con la madre (Maria Bello) nella cittadina natia di Copper Canyon; qui cresce in lui la voglia di scoprire le sue origini e la verità sulla misteriosa morte del padre, noto scienziato. La vita del giovane si complica quando il suo corpo inizia ad emanare energia liquida senza controllo: a salvargli la vita sarà Steel, un parassita alieno che si nutre dell'energia tachionica emanata da Max. Inseguiti da un nemico sconosciuto, Max decide di chiedere aiuto a Miles (Andy García), amico e socio del padre. I due alleati scoprono inoltre che in questo caso l' unione fa la forza: i due possono aumentare e controllare la loro forza fondendosi in Max Steel. L'eroe è l'unico a poter salvare il mondo dall'incombente minaccia degli Ultralink.

La pellicola, piena di azione ed effetti speciali, fa risaltare la resa estetica e merita una menzione la comicità di Steel (interpretato da Josh Brener), che riesce a far risaltare l'umanità del robot. Pertanto il film crea un efficace equilibrio tra finzione e realtà che permette agli adolescenti di immedesimarsi e riconoscersi nei personaggi.

Ludovica Puca

HEAVEN WILL WAIT

La storia di Sonia e quella di Mélanie sono due facce della stessa medaglia: entrambe sono state sedotte da Daesh, il nome che soprattutto i francesi riservano all'Isis per la connotazione negativa che il termine ha per gli stessi jihadisti. Il percorso di Sonia risponde alla domanda che ci siamo posti un po' tutti: com'è possibile redimere persone votate in maniera così integrale e totalizzante ad un ideale sbagliato? Com'è possibile che tornino ad amare la propria vita dopo aver tentato di distruggerla con così tanta ferocia e cieca convinzione? Quello di Mélanie invece, offre una visione inedita sull'altra questione quasi del tutto inimmaginabile: si può arrivare a stravolgere la propria vita e a sacrificarla volontariamente ad una fede tanto lontana quanto male interpretata, partendo da un vissuto e una cultura così profondamente diversi?

Ma mentre non sappiamo come la prima sia arrivata ad un passo da una scelta così terribile e possiamo solo osservare cosa succede dopo, della seconda seguiamo fin dall'inizio tutto l'iter del suo reclutamento, che segue uno schema preciso e attentamente studiato per il suo scopo. Qui il film suggerisce qualcosa: un'adolescente come tutte le altre è di per sè un anello debole, suscettibile. Non c'è un profilo, non c'è un pattern che li distingua. Sono adolescenti normali, vivono in case borghesi e non gli manca nulla. Eppure, secondo uno schema che a prima vista ci sfugge, alcuni possono essere catturati da Daesh. Il Principe di Mèlanie sa come empatizzare con lei, sedurla, rendersi indispensabile. Ma per la maggior parte di noi tutto ciò non ha senso e si riconosce nella reazione degli amici di Mèlanie, che la prendono in giro quando cerca di spiegare loro le strane teorie complottistiche che le racconta il suo Principe.

La narrazione di questi due opposti percorsi è dettagliata e ben documentata, ma rimane molto difficile comprenderne i meccanismi. Ci si sente in effetti molto più vicini agli altri protagonisti di questo film: le loro famiglie. Genitori più o meno presenti e naturalmente imperfetti come tutti, ai quali cade improvvisamente la terra sotto i piedi. Sono genitori attenti, osservatori discreti dei propri figli adolescenti nell'età più criptica e inaccessibile alla loro comprensione, quando "crescere nonostante" è più difficile. Ma sono anche inevitabilmente impreparati a cogliere i segnali della loro deriva: non possono sapere che dietro ad un leoncino che appare sul computer c'è un reclutatore jihadista o che "kafir" non è un nuovo slang per dire "idiota", ma una parola in una lingua sconosciuta per disprezzare un infedele. Per loro è l'inizio di un incubo. Perché, come dice uno di questi padri, pensano basti dire ai propri figli che se qualcuno cerca di convincerli ad andare a combattere e a morire a 4000 km di distanza dalle loro case devono subito correre da mamma e papà e dirglielo. Ma la realtà è che di loro non sanno nulla e brancolano nel buio. E si sentono abbandonati anche dalle proprie istituzioni, che non riescono ad aiutarli perchè si muovono nello stesso vuoto lasciato dai figli partiti per la jihad.

Non è un caso forse che questo film venga proprio dalla Francia, il paese ad oggi più colpito dal terrorismo islamico con quattro pesantissimi attentati in meno di due anni. Autorità religiose e fedeli musulmani si dividono tuttora su come affrontare e discutere di questo terrorismo. Una parte rinnega fortemente qualunque legame della fede jihadista con il vero Islam, un'altra pensa che dovrebbe invece occuparsene. Gli altri osservano, con sospetto. Ed è qui che questo film ci regala la sua parte migliore: l'Islam non è il problema, è la soluzione. Non viene messo in discussione che queste ragazze abbraccino una fede diversa da quella in cui sono nate e cresciute, ma le si indica come possano viverla nel suo autentico significato, come la psicologa (musulmana) che segue Sonia cerca di spiegarle durante la sua terapia. E così come quando Mèlanie invita una nuova amica, con cui condivide la sua nuova fede, a pregare a casa sua e le chiede se esegue correttamente il rituale per cominciare la preghiera come le ha spiegato il suo Principe, l'amica sorride e le risponde: "ma non importa come lo fai: non lo fai per un uomo, lo fai per Dio".

Ludovica Paradisi

 

 

Haven will wait è la storia parallela di due ragazze, che non s’incontreranno mai, due ragazza in età adolescenziale, con una forte crisi d’identità. Il film è incentrato sul reclutamento e sulle tecniche di indottrinamento dell’ISIS, su giovani uomini e donne provenienti da famiglie normali in Occidente che prendono le armi con il Daesh.

La scelta dell’autrice Marie-Castille Mention-Schaar è quella di raccontare in maniera didattica la radicalizzazione, mostrando l’intossicazione delle nuove generazioni, dovuta a una mal informazione presente sul web, utilizzata da più sette di credo e orientamento politico. Un film necessario per far riflettere su come queste generazioni schifate da una società capitalistica e sessista cerchino delle bandiere in cui credere e per cui valga la pena vivere.

Heaven will wait è una full immersion sul rapporto madre-figlia, che mette al centro la famiglia e l’importanza che quest’ultima ha sulle scelte dei propri figli. Sandrine Bonnaire è la madre di Sonia, è presente, molto attenta, pronta al sacrificio per salvare la sua "piccola". Mentre Cotilde Couraui, madre di Melanie, è una donna spesso assente, concentrata sul suo lavoro.

In certe scene il film è forzato, e calca sui cliché adolescenziali, ma nel complesso è una pellicola che tiene incollati fin dal primo minuto, grazie a questo intreccio di storie, flash back e per la scelta di raccontare queste due ragazze nel loro quotidiano.

Amir Nour

CICOGNE IN MISSIONE

Cicogne in missione è la storia di Junior, impiegato della cornerstore.com, un’azienda che un tempo si dedicava alla consegna dei bambini, ma che adesso invece consegna oggetti elettronici. Junior è un aspirante boss al quale viene assegnato il compito di licenziare l’unica umana presente nell’azienda, l’orfana Tulip, ma la cicogna però si fa intenerire dalla dolce Tulip e quindi non solo non riesce nel compito che si era prefissa ma si ritrova anche ad affrontare un’emergenza, quando Tulip, per sbaglio, riattiva la macchina consegna-bambini. I due partono per la missione di consegna del neonato alla famiglia che lo ha richesto, cercando, però, di non farsi scoprire dal loro datore di lavoro.

Quante volte, da piccoli, abbiamo chiesto ai nostri genitori: "Mamma ma come nascono i bambini?" ed in tutta risposta ci veniva raccontata la favola sulle cicogne? Questo cartone riscopre questa favola, in un’epoca in cui i bambini sanno già tutto e in cui, appunto, nessuno dice più "Ti ha portato la cicogna". La bellezza di questo film sta proprio nel recupero di una favola antica, dolce e rassicurante, che generazioni e generazioni di ex bambini, oggi adulti, si sono sentiti raccontare.

Come quasi tutti i film di animazione, ormai, anche questo è adatto sia ai bambini sia, e forse soprattutto, ai genitori.  La pellicola, diretta e scritta da Nicholas Stoller, è infatti una lettera d’amore animata, dedicata ai genitori che la devono condividere con i propri figli. Il film sottolinea attraverso una sottile ironia come sia importante dedicare del tempo alla propria famiglia e non farsi sommergere dalle questioni lavorative, poiché alla lunga,queste ci potrebbero portare ad un distacco perenne ed irreparabile con i nostri figli.

Maria Chiara Vitanza

LOUISE BY THE SHORE

Siamo nel periodo più triste dell’anno: quando l’estate finisce e inizia l’inverno, quando dobbiamo abbandonare il caldo e le vacanze e ricominciare a lavorare o a studiare. Quel momento è inevitabile: il clima si abbassa e le spiagge si svuotano. In alcune cittadine di mare l’ultimo treno parte per andare verso la città. Ma Louise - una signora dolce e simpatica, simile a quella nonnina di Appuntamento a Belleville di un altro maestro del cinema d’animazione, Sylvain Chomet - quel treno lo perde ed è costretta a rimanere in una strana località marittima francese fino all’arrivo dell’estate successiva. Nelle vie del paese non c’è più nessuno. E col tempo Louise diventa la regina di quello che è a tutti gli effetti un paese vuoto e solitario.

La protagonista per tutti i 75 minuti del lungometraggio non può scambiare un dialogo con nessuno, se non attraverso la propria immaginazione. Lei è da sola e quello che le rimane sono i sogni di una giovinezza lontana. Ma lentamente tutto diventa più chiaro: Louise incontra un cane piuttosto anziano che lei battezza Pepe e i due creeranno una magica amicizia. Saranno entrambi compagni e complici. Sarà lui il suo unico amico in questo viaggio.

Non c’è aiuto dagli umani: l’anziana protagonista è completamente abbandonata a sé stessa, nessuno la cerca, nessuno la viene a riprendere per portarla a casa. Perché? Anche di questo, la solitudine, la vecchiaia, si occupa la poesia del film. Ma Louise, anche se ormai in piena età senile, sa che non deve smettere mai di sognare.

Così come la giovane Emma Stone che in La La Land canta: “Brindiamo ai folli che sognano”, Louise inizierà a vedere il mondo con occhi diversi perché, dopo anni di lavoro dove il tempo libero scarseggiava, adesso invece può andare alla ricerca proprio di quel tempo che sembrava perduto. Inizia a vedere una scogliera che non aveva mai notato prima, ricomincia a ricordare i suoi primi amori, a prestare attenzione alle piccole cose. Louise è spesso nel cimitero del paese intenta a scavare perché solo lì ha trovato il terreno adatto per il suo orto; qui sis volge anche una delle scene più divertenti del film, in cui la protagonista sembra davvero non fare caso alla morte, forse senza prenderla neanche in considerazione.

Il maestro Jean-François Laguionie, acclamato regista di cortometraggi, pilastri del cinema d’animazione della seconda metà del Novecento (quali La demoiselle et le violoncelliste e La traversée de l'Atlantique à la rame che vinse la Palma D’oro al miglior cortometraggio al festival di Cannes), è qui al suo quinto lungometraggio.

Louise by the shore è uno dei film più belli e interessanti di questa edizione di Alice nella città, intenso ritratto di un’umanità debole ma vitale che cerca di trovare la speranza nelle piccole felicità quotidiane e il senso della vita nella tenue traccia dei ricordi.

Giacomo Raffaelli

2NIGHT

Dopo la sua prima esperienza con Come non detto (2012), Ivan Silvestrini torna a cimentarsi con un lungometraggio e lo fa raccontandoci quello che potrebbe essere il classico incontro durante una serata in un locale romano tra due ragazzi: lui (Matteo Martari) è un tipo timido, riflessivo e misterioso, lei (Matilde Gioli) invece si presenta come una ragazza estroversa, decisa e a tratti stravagante. Da questo tema che è sicuramente usuale nelle più classiche commedie, il regista è riuscito comunque a proporci un film originale. La novità sta nello svolgimento della storia, tutta snodata in una sola notte e per di più in centrata su un viaggio in macchina, che attraversa la città eterna, verso casa di lei.

La mancanza d'azione e la presenza dei soli due protagonisti per l'intera durata della pellicola, eccezion fatta per qualche comparsa, poteva portare all'insidioso pericolo della sonnolenza e lentezza del film, che viene invece sapientemente superata grazie ad uno scambio di battute vivace e dai toni emotivi via via diversi tra i due personaggi, che in questo modo riescono a conoscersi meglio.

Accompagniamo così i due protagonisti nel loro viaggio non solo per le strade romane, ma anche in quello sentimentale.

Lauel Do Rosario

Il regista di 2NIGHT riesce a raccontare una storia di due personaggi totalmente diversi, ma entrambi complessi, dotati di scopo e credibilità e capaci di evocare empatia.

I due attori, Matilde Gioli e Matteo Martari, rendono viva una coppia di cui il pubblico sicuramente si innamorerà e avrà voglia di vedere unita alla fine del film. Anche se entrambi i personaggi sono emotivamente bloccati, la trama si sviluppa con il pretesto di trovare un parcheggio per avere un rapporto occasionale: gradualmente scopriranno di essere più compatibili di quanto avessero pensato.

Interessante la scelta scenografica di ambientare il film quasi completamente in macchina: da un lato, i constanti movimenti della macchina corrispondo allo sviluppo della loro relazione, dall’altro lato scimmiottano la mancanza di tempo a loro disposizione.

2NIGHT ci mostra i modi in cui le situazioni sessuali possono esporre, in senso letterale e figurato, le proprie vulnerabilità e i difetti di chi ci si trova di fronte. Nell’uno o nell’altra riconosciamo i desideri, le insicurezze, i segreti che non vengono mai raccontati a nessuno fino a quando siamo alla ricerca della felicità.

Cassie Washington

LITTLE WING

Varpu (Linnea Skog) ha 12 anni, vive con la madre Siriu (Paula Vesala) e non ha mai conosciuto suo padre. Nonostante sia ancora una bambina è pienamente autosufficiente; la madre al contrario si comporta in maniera infantile tanto da cercare consolazione nella figlia. Varpu si vergogna della sua situazione familiare e vorrebbe un punto di riferimento nella sua vita. Impara a guidare la macchina e si dirige verso Nord alla ricerca del padre, sperando che questo possa aiutare sia lei che sua madre e mettere ordine nella sua vita. Questo viaggio però non avrà i risultati sperati, perché infatti la figura del padre, interpretata da un fantastico Lauri Maijala, metterà in discussione la vita di entrambe.

Il film ruota attorno al personaggio di Varpu. La delicatezza del suo viso contrasta con il suo carattere maturo. Si percepisce il senso di impotenza di Varpu di fronte a una situazione familiare in cui i ruoli sono invertiti ed è lei a dover accudire la madre. Se da una parte Siriu risulta un personaggio poco veritiero e per cui è difficile provare empatia, non si può dire lo stesso del padre che è protagonista delle scene migliori e più intense del film.

La regia non tenta mai di sorprenderci, né sfruttando il paesaggio finlandese né con dei giochi di luce, ma risalta l'innocenza del volto di Varpu nel migliore dei modi. La colonna sonora oltre ad essere fantastica è perfettamente coerente con il film.
In conclusione Little wing è un film per un palato delicato che in alcuni momenti stupisce per la sua eleganza ma che in altri non riesce a farci appassionare né ai personaggi né alla trama.

Guido Ripanti

HUNT FOR THE WILDERPEOPLE

Avventura divertente e scanzonata, a tratti grottesca, incorniciata dalla fredda e inospitale natura incontaminata. È la storia di Ricky (Julian Dennison), un eccentrico ragazzino di città, che viene dato in affidamento ad una coppia di campagna della Nuova Zelanda: la dolce Bella (Rima Te Wiata) e lo scorbutico Hec (Sam Neill). Il clima sembra adatto a far nascere una nuova famiglia, ma un improvviso cambiamento rompe l’idillio e porta il ragazzo ed Hec a perdersi nella bush, sterminata foresta neozelandese; braccati dalle autorità e dai servizi sociali, i due protagonisti dovranno sopravvivere. 

Nelle profondità della Foresta, solenne e indifferente, si fatica per raggiungere un punto alto, si cammina per roccia, valle, acqua, ci si scontra con animali pericolosi e leggendari. Il "metodo", dice Hec, è saper dare una stretta di mano alla natura ispida e accoglierla, imparando a percepirne le infinite risorse e godersi i suoi spettacoli. I silenzi scansano a poco a poco le parole, gli sguardi esprimono scambi e perplessità eloquenti, la Natura ai margini della vallata inghiotte i protagonisti e li ospita, pulsando indomita.

Tutti gli elementi vengono ordinati per gioco di contrasto: la Campagna e la Città, il giovane e il vecchio, l’istinto e il metodo; si selezionano gli opposti, li si lascia interagire e collidere tra loro, creando un’armonia d’insieme ben definita; ogni personaggio, comportamento, situazione, parola, si esprime con o attraverso il diretto contrario.

La Città prepotente irrompe nel selvaggio in modo goffo ed esagerato, spesso paradossale nei personaggi che la rappresentano, accesa di colori che stridono con le tonalità fredde e stemperate del cielo e del sottobosco, ridicola nelle sue frasi lapidarie e nelle sue coreografie.  

Equivoci, doppi sensi, colpi di scena mantengono il ritmo sostenuto, sfaccettando gli eventi che si intrecciano senza necessariamente cadere nello scontato e nel banale. 

Sesto film in concorso di Alice nella città, Hunt for the Wilderpeople, diretto da Taika Waititi, nasce come adattamento cinematografico del romanzo Wild Pork and Watercress (1986) di Barry Crump, scrittore neozelandese scomparso nel 1996 che ha dedicato gran parte della sua bibliografia alla vita selvaggia e all’outdoors man. Il progetto nasce nel 2005 e riesce a vedere la sua realizzazione solo nel 2013, con il coinvolgimento della famiglia di Crump e la partecipazione diretta del figlio dello scrittore Martin Crump; il film viene finanziato dalla casa di produzione Piki Films di Waititi con la quale collaborano i più influenti e talentuosi scrittori neozelandesi e dai produttori Leanne Saunders e Carthew Neal. 

Dice Waititi: “I’ve always been attracted to stories of the outsider, the rebel, those who live in the margins […]. I love the way this story takes two outsiders from different backgrounds, an odd couple of two loners, forced to work together in a quest to stand independent and free of society's unfair regulations. Whether they’re justified in their mission isn’t important—the mere fact they’re trying to fight for something is why the story stayed with me.”  

Inoltre, molto hanno in comune Crump e Waititi, dice Neal: “Barry Crump and Taika share a sense of humor and love of the renegade […]. Taika’s seamless play between smart wit and pathos makes for a soulful comedy. And a reminder family can be found anywhere.”

Hunt for the Wilderpeople è la storia di una famiglia non convenzionale in un nido non convenzionale, adatta a tutti, accompagnata da una colonna sonora dinamica e piacevole.

Bernardo Pozzi

SING STREET

Ambientato a Dublino negli anni '80, Sing Street narra la storia di Conor, ragazzo quattordicenne che tra i vari problemi che affronta è costretto a trasferirsi in una nuova scuola. La nuova vita inizia male: Conor è preso di mira dai bulli e professori, finché non arriva la luce quando i suoi occhi incontrano la bella ed enigmatica Raphina, 16enne autoproclamatosi modella. Per far colpo su di lei, gli propone di essere la star del video della sua band musicale. Band che non esiste, ma che reclutando i migliori talenti del quartiere sotto la guida di Brendon, fratello maggiore di Connor, prenderà forma con il nome di "Sing Street", permettendo a Connor di conquistare Raphina e di affrontare la vita con un nuovo piglio.

Il film è molto piacevole da vedere, scorre velocemente senza scene inutili o lente. Molto leggero e allegro, grazie all’ottima scelta degli attori si passa la maggior parte del film con il sorriso addosso, ma allo stesso tempo ha momenti più profondi e riprende uno spaccato della vita della classe media dell’Irlanda, alle prese con i problemi economici e della realtà in un paese dove la religione non permette il divorzio.

Sing Street porta in po' di nostalgia nella mente di chi è cresciuto negli anni '80, grazie ai colori, agli abiti, alle mode del periodo, ma soprattutto grazie alla fantastica colonna sonora che spazia tra la pop musica anni 80: Cure, Spandau Ballet, Duran Duran, The Clash.

Leandro Jayarajah

NOCTURAMA

La società francese è una cocotte minute (pentola a pressione) che trema perennemente, e io mi sono chiesto "come mai non scoppia mai?". Questa l’idea centrale di Bertrand Bonello per Nocturama, sua ultima opera, presentata ad Alice nella città 2016.

È mattina a Parigi, una manciata di ragazzi di provenienze diverse si aggirano per la città: sembra seguano un piano ma non è chiaro quale. Si riuniscono tutti in un centro commerciale subito dopo l’orario di chiusura. Hanno disseminato bombe in tutta Parigi, le hanno viste scoppiare, e attendono. E noi attendiamo con loro.

La prima stesura di Nocturama risale a cinque anni fa, mentre il cineasta stava girando il film storico L'apollonide. Il suo intento era di girare qualcosa di più attuale e attinente alla società contemporanea francese. La fine delle riprese della sua ultima opera è avvenuta appena prima degli eventi al Bataclan dello scorso anno, ma il film ha comunque acceso moltissime polemiche in Francia per il tema scottante del terrorismo domestico. In realtà i protagonisti non sono jihadisti bensì studenti e giovani lavoratori che provengono dalle banlieue, che incanalano il proprio bisogno di autoaffermazione nichilistica in azioni più vicine all’anarchismo di Pierre-Joseph Proudon e di Georges Sorel che alle azioni terroristiche di matrice islamica.

L’attenzione di Bonello è tutta rivolta all’osservazione del dipanarsi della storia, senza mai dare un giudizio su quello che i suoi dieci personaggi stanno facendo. È un film poco parlato, il regista segue perfettamente la tecnica narrativa dello show, don’t tell.

La pellicola si compone di due parti nettamente distinte, ed è palese l’impronta derivativa della pellicola francese. Nella prima parte seguiamo i dieci ragazzi disseminare bombe in vari punti strategici (tra gli altri: la statua di Giovanna d’Arco, una sala riunioni all’interno del Ministero dell’Interno, un grattacielo), ed è palese il rimando ad Elephant di Gus van Sant. La seconda parte, con un ritmo decisamente più rallentato, deve molto a Dawn of the Dead, il seminale film di George Romero, che usava il classico topos degli zombi erranti in un centro commerciale come allegoria per criticare ferocemente il consumismo imperante in America.

L’autore indugia spessissimo sulle finestre. Nella prima parte del film sono sempre presenti e sono lì a significare che noi possiamo capire cosa sta per accadere, abbiamo una visione privilegiata rispetto agli ignari parigini (anche nel flashback sull’incontro tra i vari ragazzi). Nella seconda parte vediamo le finestre nere che danno sull’esterno del centro commerciale: chi guarda da fuori vede solo il nero e, di conseguenza, non può comprendere le azioni dei ragazzi. Allo stesso modo nella seconda parte con i televisori all’interno del centro commerciale, che servono a vedere fuori, i ragazzi hanno una visione privilegiata sugli effetti di quello che hanno fatto, ma scelgono di non vedere, come sottolinea ironicamente il regista con i brevi scambi tra i ragazzi.

Il regista inoltre torna quasi maniacalmente sui manichini. Omar e André sono vestiti in maniera identica ai manichini nei negozi Nike e Lacoste, Omar cerca un approccio sessuale con un manichino e, nel finale, i ragazzi cadono sotto i colpi dei poliziotti come potrebbero fare dei pupazzi colpiti da proiettili.

Bonello firma un film politico, e di stretta attualità, che ha sollevato molte critiche anche per il suo aspetto estremamente patinato. In realtà la bellezza degli attori e lo stile a tratti lezioso del film servono ad esplicitare ulteriormente l’intenzione del regista di farci osservare i personaggi come se fossero dentro una bolla di vetro, o come delle marionette che si muovono sul palco. Non potremo mai toccarli, afferrarli o comprendere veramente il perché delle loro azioni, potremo solo guardarli affascinati.

Magheda Ali El Shami

Nocturama riesce a coinvelgerti e a tenerti incollato alla poltrona per due ore.

La parte iniziale, composta da lunghe sequenze e pochi dialoghi, ci racconta un piano attuato da un gruppo di ragazzi francesi pseudo terroristi, un piano che riesce e che vede distrutti simboli di una Parigi che impone loro una libertà condizionata. Il vero motivo del loro gesto non ci viene mai spiegato in modo chiaro, quasi fosse un capriccio adolescienziale. Questo capriccio si nasconde dietro al rifiuto della politica e di un'economia che li trascura, non a caso i luoghi dinamitati ne sono la rappresentazione materiale. Paradossalmente, nella seconda parte si ritrovano a dover nascondersi nel luogo culto della loro tanto odiata economia, un centro commerciale dove si sentono padroni dell'universo indossando abiti firmati, bevendo vini pregiati e ascoltando musica.

Come tutti i giovani imprundenti, si sentono sicuri del loro destino, un destino che, secondo loro, li porterà sani e salvi nelle loro case come se mai fosse successo nulla. La parte finale invece ci mostra dei ragazzi arresi alla loro sorte ma ancora intenti a scappare davanti all'inevitabile voce della giustizia. Uno ad uno cadono vittime delle pallottole delle forze speciali, che uccidono a sangue freddo tutti i ragazzi. La sequenza finale ci mostra l'ultimo componente ancora vivo che, piangendo, chiede aiuto alle autorità, che di tutta risposta giustiziano il ragazzo.

Carlos Garcia

CAPTAIN FANTASTIC

Guadagnatosi il premio Un certain regard a Cannes 2016 per la miglior regia, il secondo lungometraggio di Matt Ross sbarca in anteprima alla Festa del Cinema di Roma ed è un trionfo.

Ben Cash (Viggo Mortensen) è certamente un padre fuori dal comune: nel cuore delle foreste del Nord America cresce i suoi sei figli lontano dalla corruzione e dal consumismo del mondo moderno, della tecnologia e del senso comune, accompagnando un ferreo allenamento fisico con un'educazione culturale ad ampio spettro - dal pensiero politico alla teoria delle stringhe - altrettanto rigorosa. I suoi figli sono unici, come unici sono i loro nomi, e dovranno essere liberi, saggi e straordinari come i Re filosofi di Platone, o almeno questo sarebbe l'ideale ispiratore della drastica scelta di vita di Ben e sua moglie per la loro famiglia. Quando però un lutto improvviso li colpisce tutti, Ben sarà costretto a mettersi in viaggio e a confrontarsi col mondo esterno, e sopratutto, con gli effetti che tutto quello da cui ha cercato di proteggerli ha sulle vite dei suoi figli. È veramente un padre fantastico che cerca di costruire qualcosa di altrettanto fantastico per i suoi figli, o solo un folle incosciente?

Captain Fantastic affronta il tanto rappresentato tema della genitorialità con una delicatezza ed una grazia tutt'altro che zuccherose; anzi, seppur ci si trovi davanti a situazioni e scelte spesso estreme, tutto il film non fa altro che tramettere un senso di naturale spontaneità. Il mondo dei Cash è un'utopia, bellissimo e in una posizione di ideale superiorità rispetto alla "normalità" del vivere comune,  ma non per questo Ross (anche sceneggiatore del film) ce lo consegna come una verità giusta ed incontrovertibile: lo sguardo della cinepresa è critico sui Cash così come sulla "normalità", anche se, diciamocelo, a volte fa molto più ridere la normalità nelle suoi controsensi (e ringraziamo Ross per averlo sottolineato ad ogni occasione possibile) che un gruppo di ragazzini che caccia cervi e castori per pranzo. Il merito infatti primario del film è nell'essere in grado di affrontare un interrogativo fondamentale, cioè come essere dei buoni genitori, senza dare risposte che sanno di buonismo, o peggio, tanto estreme da essere fuori da ogni orizzonte esterno allo schermo, ma anzi, sottolineando la necessità di dover essere sempre pronti a mettere in discussione le nostre certezze.  Il viaggio di Ben e dei suoi figli è un viaggio verso l'accettazione che non tutto è controllabile, che non tutto può essere protetto o tenuto sotto una campana di vetro (o in una foresta), che non tutto ciò che sembra sbagliato lo è radicalmente, come non è quasi mai giusta qualsiasi posizione estrema davanti alla complessità e la varietà della vita.

A tenere le redini del film c'è un immenso Viggo Mortensen a cui è affidato Ben stesso, padre e marito premuroso costretto a riconoscere i propri errori, che l'attore di origine danese sostiene senza creare ingombro ai giovani interpreti dei figli, alla cui freschezza in parte partecipa, in parte contrappone la propria saggezza di adulto. Ma Captain Fantastic non è solo un inno alla famiglia, lo è anche alla dimensione più naturale della vita, alla celebrazione di essa in ogni sua forma, dal canto alla morte stessa; ruolo fondamentale in questo lo gioca certamente la fotografia satura di Stephane Fontaine (come potremo mai dimenticare il mitico completo rosso di Ben?) e le musiche di Alex Somers, che dalla cornamusa del mattino alla cover di Sweet child of mine ci accompagnano in questo coloratissimo viaggio.

Ci si commuove, come ci si aspetta (e si pretende) da un film del genere, ma si ride anche dei propri controsensi, di quelli di Ben e della geniale ingenuità dei suoi figli. E sì, ci si interroga anche.

Pronti per partire con i Cash?

Federica Nardiello

BOY ON THE BRIDGE

I giorni trascorrono caldi e silenziosi nel piccolo villaggio cipriota dove Socrate e suo cugino si divertono a costruire e a far esplodere piccoli petardi tormentando i cittadini. Passatempo d'infanzia che presto dovrà scontrarsi con una realtá più grande: quella di un assassinio e di un oscuro segreto nascosto proprio sotto la loro polvere da sparo.

Boy on the bridge, opera prima di Petros Charalambous, è quasi un dramma alla Ammaniti. L'interesse del regista é tutto nell'evoluzione "fisica ed emotiva" - queste le sue parole - del dodicenne Socrate, che sogna di essere un eroe. E la macchina da presa ci conduce abile e attenta sempre più a fondo in questo micro drama cittadino: quello di Socrate é uno sguardo mutevole e confuso. Un occhio a volte curioso, altre pentito o rabbioso.

Charalambous non risulta mai eccessivo nele sue scelte registiche, ma anzi é equilibrato e attento: sa perfettamente accompagnare il personaggio con l'andamento della macchina a spalla, o utilizzare una camera fissa per fermare un abbraccio tra due bambini.

Cosa é giusto e cosa é sbagliato? É la domanda che sembra suggerirci il film. Nulla é certo, tutto é nascosto e mutevole. É prima di tutto un viaggio nel mondo ingenuo dell'infanzia: Socrate vedrá traballare i suoi ideali, la sua amicizia, la sua fiducia nelle persone che lo circondano. Perché in questa storia, ogni personaggio nasconde un segreto.

Alissa Balocco

HO AMICI IN PARADISO

L’ambizioso progetto di Fabrizio Maria Cortese vede al centro la storia di Felice Castriota (Fabrizio Ferracane), commercialista pugliese che nella sua vita ha sempre agito seguendo l’impulso e la superficialità, caratteristiche, queste, che lo hanno portato a compiere molte scelte sbagliate; l’ennesima, guidata anche dalla necessità di facili guadagni, lo conduce ad entrare in contatto con il boss ‘U Pacciu (Christian Iansante) ed a riciclare il denaro della malavita. Ben presto però il losco affare viene a galla: Felice viene accusato del reato commesso e l’unica prospettiva futura sembra essere il carcere. Tuttavia, il Procuratore della Repubblica di Lecce gli propone di scontare la pena anziché in prigione, compiendo un’attività di servizio sociale. Felice, chiaramente, accetta, ma ad una condizione: che l’attività non venga svolta in Puglia, ma in un’altra città.

Il vero viaggio di Felice inizia a Roma, presso il Centro “Don Guanella” di Don Pino (Antonio Catania) dove l’uomo e la sua quotidianità fatta di: “ho fretta, parcheggio sul posto dei disabili!” si ribaltano e lo conducono proprio davanti alla realtà che ha sempre sbeffeggiato e che credeva così remota.

Saranno Natale (Michele Iannaccone), Salvatore (Paolo Mazzarese), Carmelina (Daniela Cotogni), Giacomo (Mariano Belvedere), Marcello (Giorgio Mazzarese), Fabrizio (Stefano Scarfini) e Roberto (Paolo Silo), proprio loro, i veri pazienti “diversamente abili”, a dimostrare a Felice che la vera disabilità è nel pregiudizio.

Ho amici in paradiso è una storia apparentemente semplice, dietro la quale, invece, si celano forti sentimenti, capaci di operare il cambiamento di un uomo ed il riscatto di una donna, la Dottoressa Giulia (Valentina Cervi) nel suo burrascoso rapporto madre e figlio, attraverso il coinvolgimento, l’inclusione, il dialogo e la comprensione.

Fabrizio Maria Cortese, ha scelto la commedia, forse il miglior strumento per una tematica così seria, accompagnando, attraverso il sorriso, lo spettatore a recuperare i valori autentici della vita senza adoperare alcun tipo di pietismo.

Dunque una commedia dolceamara, che lascia lo spettatore davanti ad un interrogativo: chi siamo noi per poter giudicare la persona che abbiamo di fronte? Non sappiamo contro quale battaglia stia combattendo. Le uniche risposte sono rispetto ed amore.

Flavia Brustolin 

KUBO E LA SPADA MAGICA

"Se dovete sbattere le palpebre, fatelo ora". È con queste parole che Kubo e la spada magica ha inizio, invitando lo spettatore a prestare la massima attenzione, con l’implicita, impegnativa promessa, che quello che sta per vedere sarà così straordinario da non voler perdere nemmeno un particolare. La promessa è mantenuta.

Sono occorsi cinque anni di lavorazione alla casa di produzione LAIKA per realizzare il lungometraggio, con la messa a punto di una tecnica "ibrida" che coniuga i pupazzi artigianali dello stop-motion con l’animazione digitale, avvalendosi della stampa 3D. Tale innovazione è valsa ai creatori il premio Oscar 2016 per la Scienza e la Tecnologia.

Il risultato di questo immenso lavoro di cura dell’immagine in ogni suo dettaglio è un’esperienza visiva raffinitassima, che crea una cornice maestosa intorno alla storia del piccolo giapponese Kubo, frutto dell’amore contrastato tra un leggendario samurai e la figlia ribelle del Re della Luna, il crudele signore del cielo notturno.

Nonostante la ricchezza estetica dell’ambientazione, ispirata ai grandi maestri della stampa giapponese e le figure fantasiose e sorprendenti che si avvicendano nel corso dell’avventura, ciò che rimane centrale è racconto in sé, il potere della narrazione e della memoria di mantenere eternamente in vita anche ciò che abbiamo perduto. Come nell’antica Grecia il cantore cieco Omero narrava di eroi come Achille, che ambivano a sconfiggere la morte diventando leggenda, così Kubo, piccolo eroe giapponese cieco da un occhio, con la musica del suo shamisen (strumento a corde), racconta storie fantastiche portando magicamente in vita i suoi complessi e coloratissimi origami.

I pupazzi protagonisti non sono resi straordinariamente realistici solo grazie alla perizia degli animatori e alle sofisticate tecnologie, ma in originale anche grazie alle voci di attori pluripremiati quali Charlize Theron, Ralph Fiennes, Matthew Mc Conaughey e Rooney Mara.

Si tratta di una storia fantastica, piena di mostri, magie, amuleti, combattimenti spettacolari e tuttavia la pellicola non ambisce al solo intrattenimento; al giovane pubblico cui si rivolge non viene risparmiata da un classico lieto fine una delle più tragiche realtà della vita: il dolore della perdita.

Magda Crepas

GOODBYE BERLIN

In Goodbye Berlin, tratto dall’omonimo romanzo di Wolfgang Herrndorf, vediamo una Lada azzurra che si inoltra in strade tortuose, campi coltivati, e che tentenna in autostrada, ma la destinazione è una e precisa: Valacchia.

Tschick ne è sicuro, vuole andare lì ed il titolo originale del film prende il nome proprio da lui. Tschick ha 14 anni, è figlio di una famiglia di immigrati, che ha diverse origini, ma lui si sente orgogliosamente russo. Si trasferisce in una scuola di Berlino e al banco accanto a lui siede Maik: i due hanno molto in comune. Sono due outsider, due diversi, che la classe non accetta, non capisce, anzi ignora il più possibile. Maik, in particolare, è lo “Psicopatico”, e per questo motivo non viene invitato alla festa della ragazza di cui è perdutamente innamorato, Tatjana; Tschick, l’ultimo arrivato, il più strano di tutti, che arriva a scuola con una bottiglia di Vodka in una busta e ha lo stesso odore della madre di Maik nelle sue “giornate brutte”, non ha ricevuto neanche lui l’invito per quella festa a cui proprio tutti saranno presenti.

Questo fa sì che Tschick e Maik, finita la scuola, e con l’estate davanti a loro, dopo aver rubato una vecchia macchina, intraprendano un viaggio dai colori accesi, che si rivelerà qualcosa di più: sarà un modo per conoscere se stessi e l’altro, per buttare dal finestrino la Vodka di Tscichk e la tecnologia di Maik a cui rispettivamente si aggrappavano, lasciandosi guidare da un orologio che dovrebbe puntare a Sud, e dalle note di Richard Clayderman. Il pianista accompagna i ragazzi per tutto il viaggio in macchina, e Maik scopre così di apprezzare anche quel tipo di musica, lui che ascolta ad alto volume il rock alternativo degli White Stripes. La colonna sonora, curata da Vince Pope, ha infatti un ruolo fondamentale: oltre alla musica di Clayderman, che può considerarsi come un terzo passeggero, ascoltiamo il rock/punk, in particolare nelle scene iniziali, interrotto dal pop contemporaneo della festa di Tatjana.

Secondo Fatih Akin, regista del film, "mentre i due ragazzi guidano, essi crescono": Maik scopre di non essere così codardo come si era convinto e Tschick si sente finalmente libero di aprirsi con qualcuno. Sono le donne però che completano il loro percorso di formazione, come una madre che accoglie i due ragazzi insieme ai suoi figli sorprendentemente intelligenti, la mamma dolce, fragile e alcolista di Maik, e infine Isa. Gli occhi belli di Isa fanno trasparire tutta la sua debolezza, ma anche tutta la sua forza, la sua voglia di vivere. Isa, Maik e Tschick vedono il loro futuro con speranza e anche se questo li porterà a dividersi, ci sarà sempre una scritta incisa nella pietra che li legherà.

La meta del viaggio era la Valacchia, "in mezzo al nulla" come dice Maik, ma Goodbye Berlin porta lo spettatore, insieme ai due protagonisti, ad attraversare strade difficili, a sbagliare direzione, a riprendere la via, e a rendersi conto che la meta non ha più importanza: nel frattempo Tschick e Maik sono cresciuti e più consapevoli, ma c’è sempre bisogno di una giacca “figa” per intraprendere un viaggio.

Ilaria Negro

X500

X500 narra la storia di tre protagonisti in tre luoghi diversi ma tutti con un comune punto: la perdita di un familiare.

Alex, colombiano di 19 anni, torna dagli Stati Uniti. Le cose sono cambiate e nei suoi quartieri vive tutti i giorni le uccisioni e i complotti dei klan. Ha perso il fratello. Lui ha un obiettivo: diventare un pescatore, acquistare un motore per la sua barca e cambiare la semplice povera vita della mamma, costretta a cercare vongole tra il fango per sopravvivere.

Maria di Manila perde la mamma e si trasferisce in Canada dalla nonna con un grande senso di ribellione, non accettando discriminazioni. Piano piano si sente più forte e conosce un gruppo di ragazzi diversi dai suoi compagni di scuola che la fanno sentire inferiore per i suoi semplici vestiti. Stringe un'amicizia con la ragazza di questa banda che le fa cambiare look e pian piano personalità. La nonna non accetta tutto questo cambiamento e Maria fa delle stupidaggini che la riporteranno a Manila.

David perde il padre e si trasferisce a Città del Messico dove le cose sono ben diverse dal suo piccolo paesino. Ci sono teppisti che lo derubano prima di tornare a casa dal cugino, il quale l'unica cosa che sa fare è consigliargli di cavarsela da solo. Così inizia a lavorare in cantiere e conosce un ragazzo, un punk che lo porta tra i suoi amici e gli da forza e affetto, in un momento molto nero della sua giovane vita. I due stringono un rapporto che non si definisce tra amicizia e forse amore. David viene aggredito e decide di andare a vivere da questo ragazzo per uscire dal suo quartiere pericoloso, vuole però tornare a fare un ultimo saluto allo spirito del padre dove ha lasciato le sue vere radici e dove sente la forza della sua vera casa.

Si vive e si muore in questo film e i sentimenti dei personaggi sono molto profondi e dolorosi. Nei loro occhi però c'è la stessa forza che ritroviamo in ognuno di loro, quella di non essere schiacciati da nessuno! La vita non ha prezzo e la morte ancora meno.

Mario Tortorella 

Tre vite, tre mondi diversi, tre ragazzi obbligati a cominciare una nuova vita dopo un tragico evento.
Alex dopo aver provato a fuggire in cerca di un nuovo mondo, perdendo nel tentativo il fratello e finendo in prigione, ritorna nel suo luogo natio dalla zia e il fratello; per cercare di rendere migliore la vita dei suoi parenti finisce dalla parte sbagliata del "barrio".
David dopo la morte di suo padre abbandona la campagna per trovare una vita migliore in città, ma non ottiene ciò che sperava, si ritrova in balia della banda del quartiere di cui suo cugino fa parte.
Maria a causa della morte della madre viene ospitata dalla nonna, lontana dalla sua patria dal mondo che conosceva entra violentemente in conflitto con la nuova vita che gli viene imposta.

Il film si alterna tra le sfide che questi tre ragazzi devono affrontare: Alex capisce che per ottenere ciò che vuole deve diventare il capo; David non sta ai dogmi della banda e persegue nella riscoperta di sé stesso; Maria esterna l'immenso dolore nell'unico modo che può anche se è quello più sbagliato.
L'unico modo per questi tre ragazzi, dopo tutto ciò che hanno passato, per ritrovare sé stessi e il proprio equilibrio interiore, alla fine é un ritorno alle proprie origini.

Janette Ferramo

JEFFREY

Santo Domingo. Jeffrey è un bambino di dodici anni che vive nei quartieri degradati della città. Fa il lavavetri per mantenere la famiglia, ma sogna un futuro come cantante.

Dopo il successo a Toronto, Jeffrey approda ad Alice nella città: il primo film della regista Yanillys Perez rappresenta una fotografia vivida e precisa di Santo Domingo, evidente fin dalle riprese aeree di apertura. 
La pellicola si presenta chiara dal principio come documentario, ma andando avanti nella visione, presenta una narratività che travalica il suo stesso genere, tant'è che siamo indotti a dubitare della veridicità delle scene.
Per assurdo, capito il trucco, queste ultime risultano più efficaci e veritiere, frutto di una lavorazione durata quattro anni. 
Il documentario infatti usa Jeffrey e i suoi famigliari come esempio delle condizioni di vita più misere degli abitanti della capitale. 
I protagonisti del film sono ragazzini che lavorano, aiutano la madre, mandano la sorella a scuola sperando di darle una vita migliore, uno di loro ha già moglie e figlio; sono stati tutti investiti dalle responsabilità della vita adulta troppo presto.
Questo è anche il motivo che li rende pieni di consapevolezza che il più delle volte si accompagna ad altrettanta spontaneità, propria solo dell'infanzia - come quando uno dei bambini più grandi dice a uno più piccolo "Dimentica il passato", creando una scena tanto realistica, quanto buffa.

La quotidianità di Jeffrey è una costante lotta per la sopravvivenza; eppure il lato infantile di questi ragazzi emerge e risplende nella speranza di realizzare i propri sogni e così di migliorare e nobilitare la propria situazione e quella dei propri cari, in un pensiero ingenuamente e tipicamente americano (non a caso a un certo punto viene detto che tutto ciò che è americano è anche popolare).
Alla fine del film è lo stesso Jeffrey, riguardo la mancata ricerca del successo, a dire "La mia vita sembra una storia già raccontata".

Consapevole e puntuale, il documentario di Yanillys Perez è un'opera per raccontare la storia dei molti, troppi Jeffrey; dei poveri e degli invisibili, con un taglio intimista e drammatico che ci presenta in una nuova luce la Repubblica Domenicana.

Emanuele Raschitelli 

MY FIRS HIGHWAY

My First Highway racconta la vacanza di Benjamin con la sua famiglia. Benjamin è il tipico adolescente che sogna un’estate di evasione, ma resta intrappolato nella monotonia dell’atmosfera familiare e nella propria incapacità di sapersi rapportare con i propri coetanei. Solo l’incontro con una ragazza, Annabel, spezzerà l’andamento vacanziero e trascinerà il protagonista in un vortice di passioni ed emozioni, in cui dovrà rapportarsi con la sua indole più profonda.

Benjamin e Annabel, interpretati da Aaron Roggerman e Romy Lauwers, sono i protagonisti assoluti della pellicola non solo a livello narrativo ma anche a livello visivo. I due personaggi sono caratterizzati da una struttura ben distinta e autonoma, sebbene risultino complementari sotto il punto di vista delle pulsioni irrazionali. Il regista del lungometraggio, Kevin Meul, tuttavia non attribuisce a questo aspetto un determinato bipolarismo, ma identifica in esso un’attenzione allo spettro emotivo che caratterizza l’uomo nella sua essenza.

Il film procede con un andamento ritmico ben definito, giustificato dall’importanza delle numerose tematiche trattate. La narrazione tuttavia risulta un po’ troppo veloce, non lasciando abbastanza spazio alla problematizzazione dei temi proposti e al percorso introspettivo dei personaggi. Inoltre il racconto è caratterizzato da una cadenza ciclica di vari elementi, ognuno emblematico di un aspetto emotivo.

I temi sono numerosi e complessi: dall’amore all’odio, dalla violenza all’innocenza. Proprio per l’importanza e la vastità di questi temi (primo fra tutti la violenza sulle donne) bisogna utilizzare un certo tatto, anche se spesso questa giustificata attenzione possa risultare un po’ superficiale, almeno ad una prima visione.

L’opera lascia molto spazio interpretativo allo spettatore, il quale può analizzare i personaggi secondo una propria autonomia di coscienza. Il finale stesso, pur chiudendo il filone narrativo, è adattabile a molteplici visioni di giudizio.

Nel complesso la visione è piacevole e offre numerosi spunti di riflessione. Sicuramente la pellicola rappresenta un importante punto di partenza per una più approfondita discussione nel merito, non solo tra i giovani, ma anche tra gli adulti.

PARK

Un’estate che sta volgendo al termine, pochissimi dialoghi e la telecamera che costantemente allarga sugli spazi terrosi e incolti dell’area circostante alle strutture olimpiche di Atene, oggi abbandonate.

La fatiscenza degli impianti  evidenzia i precoci segni lasciati dal tempo. Qui, un gruppo di giovani si incontra ogni giorno e si intrattiene in giochi di lotta, che vogliono evocare gli sport di un passato che non c’è più e che viene lavato via, alla fine di ogni giorno, con una chiassosa doccia comune che i ragazzi fanno negli spogliatoi.

Quella doccia porta via anche la finta leggerezza dei ragazzi che, subito dopo e prima di un nuovo gioco, puntano gli sguardi spenti sugli spazi vuoti e inariditi che li circondano oppure fissano, come fa uno di loro, l’acqua marcescente della piscina olimpica.

Due di loro, Dimitri ed Anna, cercano attraverso il loro amore di trovare una nuova dimensione e si lasciano travolgere dall’allegria vacanziera di un vicino resort. Ma quando l’estate finisce, finisce anche l’atmosfera vivace in cui si erano tuffati.

Splendida metafora di una società, la nostra, che dopo gli splendori passati è rapidamente scaduta, lasciando alla generazione di oggi l’onere della spesa.

Forse una speranza c’è: è nel duplice significato del titolo. Park come “parco” (quello abbandonato e fatiscente dove i ragazzi lasciano trascorrere la loro vita) o come “parcheggio” (area di sosta, da cui prima o poi si riparte).

Cecilia Ceccomarini

I'M NOT A SERIAL KILLER

"In natura non esiste nulla di così perfido, selvaggio e crudele come la gente normale."

Questa frase di Hermann Hesse dice molto sul film I Am Not a Serial Killer, un thriller-horror diretto da Billy O’Brien con protagonisti Christopher Lloyd, Max Records, Laura Fraser e Christina Baldwin, adattamento cinematografico del romanzo del 2009 Io non sono un serial killer di Dan Wells.

John Wayne Cleaver (Max Records), un ragazzo di 16 anni che, pur non essendo un serial killer, ha tutte le caratteristiche per poterlo diventare, è ossessionato dalla morte e fatica per mantenere le sue tendenze omicide sotto controllo.
La sua lotta interiore diventerà ancor più difficile quando un vero ed impeccabile serial killer inizierà a terrorizzare la triste e fredda cittadina del Midwest dove vive e che fa da sfondo a questa storia che in realtà racchiude vari temi, uno dei quali è "l’oscura normalità". Numerosi personaggi parlano di questa normalità (dal preside della sua scuola alla madre, passando per il bullo della situazione), pensando di avere pieno possesso del vero concetto della normalità, ignorando che spesso essa si nasconde o nasconde dentro di sé un mondo mostruoso.

John è un sociopatico, quasi del tutto privo di emozioni come senso di colpa o rimorso, e per questo viene seguito da uno psicologo, che quasi copre il ruolo del padre assente, ingiustificabile mancanza affettiva, che spiega la sua fragile e brillante psiche.
Per John è come se i cadaveri che arrivano all’obitorio avessero più cose da dirgli delle persone che lo circondano: studiandoli, osservandoli viene a contatto con il macabro ma reale mondo "dell’interno" dell’essere umano. La madre però, preoccupata per le sue strane tendenze, lo allontana dall'obitorio e di conseguenza lui si sente ancor più spinto a cercare la verità sui cadaveri che iniziano ad essere troppi nella sua piccola cittadina.

Man mano che gli omicidi procedono, John identifica il loro artefice - interpretato da un fantastico Christopher Lloyd - e da questo momento si stabilisce una sorta di impalpabile legame tra i due, quasi un filo di sensazioni che fa di loro le due facce della stessa medaglia e che, a differenza del resto dei personaggi monotoni e piatti, sembra raffigurare l’essenza dell’imperfetto animo umano, ovvero il bene ed il male, e per l’appunto la più definibile normalità. Il film diventa una sorta di combattimento interno e muto, in un processo psichico in cui il giovane quasi si proietta nell’anziano assassino: l’adolescente, battendo e fermando lo scaltro psicopatico, in qualche modo vuole vincere e sopprimere quel mostro che risiede in sé, divenendo cosi l’unico realmente assetato di verità e giustizia, in un paesino freddato dal silenzio e dalla paura. Non vi sembra l’unico davvero normale?

Quel che manca forse è una maggiore intensità di rapporti tra i personaggi, eccezion fatta per il legame tra John e il suo vicino killer e tra lui e la sua dolce mogliettina anziana, alla quale ha promesso di non lasciarla mai e di amarla per l’eternità, spingendosi così a dover uccidere umani per vivere più a lungo possibile. Si può quasi pensare che tutta questa faccenda sia in realtà una meravigliosa ma macabra storia d’amore, fino a farci intenerire dall’amore di questa coppietta.

Notevole la scelta di inserire ripetutamente l'immagine di una fabbrica offuscata dal fumo che produce; lo stesso vale per il liquido nero similpetrolio che fuoriesce in varie scene dall’interno del killer, che sembra suggerire come spesso, se non addirittura sempre, il male sia intorno a noi in ogni angolo, frutto in molti casi di una nostra incosciente scelta.

A questo punto la grande domanda che pone questo film è: cosa è definibile "normale" e cosa no?

Hind Rajil

ROCK DOG

"Questa è la tua vita, rendila felice": con questa frase inizia il piccolo grande viaggio di Bodi, il mastino tibetano protagonista di Rock Dog,  film d'animazione di Ash Brannon, frutto di un'interessante co-produzione Cina/Stati Uniti, che, sia a livello di grafica che di tematiche base, ricorda tanto il più famoso Kung Fu Panda della Dreamworks.

Rock Dog ha una storia molto semplice: l'ingenuo e dall'animo buono Bodi, rinnegato il lavoro di guardiano delle pecore del padre, decide di trasferirsi nella grande città per inseguire il suo sogno di suonare la chitarra ed entrare nel mondo del rock, desiderio assecondato sia dalle sue amiche pecore sia, alla fine, dal padre che acconsente a mandare suo figlio nella capitale a cercare fortuna.
Arrivato in città, com'è immaginabile, Bodi, prototipo dell'animale di campagna che non conosce la cattiveria e l'ambiguità della metropoli, si trova a scontrarsi con una realtà diversa da quella che immaginava nelle sue fantasie musicali, ma il suo carattere buono e dolce lo porta avanti nel suo viaggio facendogli vivere avventure da cui riesce sempre ad uscire vincitore.

Rock Dog è nel complesso, nonostante una grafica piuttosto scontata, un film d'animazione piacevole e sicuramente adatto all'audience dei giovanissimi. La pellicola porta avanti diverse tematiche importanti quali il diritto di scegliere la propria vita e di lavorare ed impegnarsi per rendere realtà i propri sogni e le proprie passioni: Bodi ha una grandissimo amore per la musica sin da quando era un cucciolo ed è proprio questa passione che lo porta avanti e che lo guida nelle sue scelte.

Ruolo importante nel film, ovviamente, è rivestito dalla musica, e sono proprio i momenti dove essa è protagonista le parti più belle e più emozionanti del film: il regista infatti ci fa entrare nelle canzoni tramite le sensazioni e l'energia che la musica dona alle persone che la fanno e che la ascoltano, un insieme di luci e percorsi astratti che ti danno vita e ti travolgono. Le parti indubbiamente più belle del cartone animato sono infatti la prima volta che Bodi ascolta una canzone rock o il momento in cui scrive e registra la sua prima canzone.

In una società dove i più giovani sono spinti a concentrarsi su lavori ed idee più concrete e ad abbandonare nel percorso le proprie passioni troppo precarie, Rock Dog manda un messaggio controcorrente di speranza e di coraggio: cerca nella tua vita di essere felice e di fare ciò che ti piace e che ami, se sei fortunato sarà anche la cosa che ti riuscirà meglio nella vita. Un messaggio che ricorda la famosa frase di A. Einstein: "Se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido ".

Menzione d'onore in fine va alla caratterizzazione dei personaggi secondari, equilibrio perfetto tra animali ed esseri umani, con pecore distratte e a tratti svampite, gatti snob, e lupi in giacca e cravatta e aria da boss della malavita.

Gioia Zurlo 

SWISS ARMY MAN

Hank (Paul Dano) è naufragato su un’isola deserta. Poco prima di suicidarsi incontra Manny (Daniel Radcliffe), un cadavere con dei poteri magici. I due amici vivranno un’incredibile avventura per tornare a casa insieme.

La prima inquadratura del film è dedicata a un cartone di succo di frutta vuoto con la scritta "help me!" che galleggia nell’oceano. Con una sola immagine si ha un ritratto perfetto del protagonista: Hank, un "rifiuto" della società in cerca d’aiuto, nella più disperata solitudine. Ad aiutarlo è Manny, un cadavere capace di parlare, di avere erezioni, di sparare oggetti dalla bocca, di accendere un falò e, perché no, anche di innamorarsi.

La poesia di Swiss Army Man è talmente profonda e travolgente che non si può evitare di amarla e di perdersi nei diversi livelli di lettura che i creatori Daniels (Dan Kwan e Daniel Scheinert) hanno avuto il coraggio di raccontare.
Il film è capace di conquistare il pubblico, anche solo a partire dal trailer, grazie all’innocente arroganza tipica dell’infanzia. La saggezza dei bambini è usata ai fini di una riflessione matura.

L’opera è tutt’altro che semplice: lo spessore del film è camuffata abilmente in un semplice delirio di fantasia, attribuendo al film stesso un carattere universale.
Tutto ciò accompagnato da uno spessore tecnico non indifferente. Dalla forza dell’interpretazione degli attori all’uso geniale della musica. Dalla poesia della fotografia agli originali espedienti della sceneggiatura.

Swiss Army Man tocca le anime degli spettatori affrontando con estrema eleganza temi importanti quali la solitudine, l’amore, la vita e la morte. Arriva a conclusioni importanti facendo ridere, sognare e piangere. Ti fa capire che forse l’unico modo di salvarsi è salvare qualcun altro e che la vita è semplicemente la ricerca di qualcuno capace di amare le nostre stranezze.

È possibile ricordarsi quanto sia bella la vita grazie a un cadavere? A quanto pare sì e i Daniels ci riescono danzando con leggiadria sul sottile filo che separa il genio dalla follia.

Romulo Emmanuel Salvador

LOVESONG

Sarah (Riley Keough) è una giovane donna la cui quotidianità consiste nel prendersi cura della piccola figlia Jessie. Con un marito costantemente assente e lontano, a causa di questioni lavorative, Sarah cade nella depressione della propria monotona e solitaria routine. La migliore amica d’un tempo, Mindy (Jena Malon) decide di farle visita. Mindy intuendo la crisi di cui ormai è preda Sarah, prende l'iniziativa coinvolgendo l’amica e sua figlia in uno spensierato viaggio on the road. Durante il viaggio Sarah, distraendosi un pochino dalle proprie responsabilità di mamma a tempo pieno, ritrova la vitalità perduta e non solo: fra le due amiche nasce un’intima intesa ed un sentimento genuino d’amore. Tuttavia improvvisamente Mindy riparte salutando Sarah, la quale ritorna alla sua vita di prima con un vuoto ancora più grande nel petto.  Dopo tre anni Mindy invita Sarah al suo matrimonio. Durante i preparativi le due amiche avranno una seconda occasione per fare i conti con i propri sentimenti. È allora, quando Sarah cerca e trova lo sguardo della piccola figlia, che pare svanire la tristezza.

La tristezza di Sarah trova manifestazione concreta negli ampi spazi della casa e della natura ad essa  circostante, così grandi ma così vuoti e privi di sostanza, e nell’assordante silenzio che li pervade, sottolineato dalla poca presenza di musiche all’interno del film. La solitudine in cui si trova Sarah è di certo ed in parte conseguenza dell’abbandono da parte del marito, impegnato nella più misera delle indifferenze, quella nei confronti della propria famiglia. La visita salvifica della migliore amica Mindy è ciò che concede a Sarah il respiro, il tempo per sé stessa, donandole una vera rinascita. Attraverso i ricordi, rivangando le avventure passate, le follie condivise e ricreando la confidenza d’un tempo, Sarah ritrova qualcosa di ben più significativo: l’amore, un amore intrinseco, sincero, un amore che forse non aveva mai avuto. Esso prende progressivamente concretezza e si manifesta durante il film a volte come ingenuamente impetuoso, a volte come travagliato e profondamente sofferto.

L’intero film stilla poesia. Tiene fede a quanto di più realistico possa esserci. Non fa altro che raccontare con stupenda semplicità ciò che può accadere nella vita comune, di ciascuno, in qualsiasi momento. E non colpisce per il coraggio nel raccontare un amore omosessuale che ad oggi ancora desta qualche perplessità o peggio scalpore, ma nel raccontare la realtà di una vita che alle volte serba ostacoli insormontabili, desideri incoronabili, storie che prendono differenti ed inaspettati percorsi, nonostante i quali, tuttavia, un sentimento come quello fra Mindy e Sarah non è necessariamente destinato a finire.

Sofia Pittaccio