RECENSIONI XIII EDIZIONE - 2015

THE BIG DAY

Due anni dopo Vado a Scuola (2013) Pascal Plisson torna al cinema per raccontarci le storie di quattro nuovi ragazzi, lontani geograficamente ma accomunati da un unico filo conduttore: il sogno.
Il regista francese ha infatti voluto mettere in scena le speranze e le aspirazioni adolescenziali di chi lotta e si impegna ogni giorno per raggiungere un obiettivo, sapendo di avere una sola opportunità per potersi realizzare.

Spostandoci da Cuba alla Mongolia, dall’Uganda all’India, incrociamo le storie di Albert, Deegii, Tom e Nidri che si preparano, studiano, si allenano per cambiare le proprie vite.
Albert, 11 anni, riprende gli allenamenti di box a Cuba dopo aver migliorato i propri voti a scuola; Deegii, 11 anni, continua nella preparazione del numero di contorsionismo per un’audizione nonostante la scuola e l’aiuto in casa richiedano tempo; Tom, 19 anni, osserva la natura e continua a studiare la fauna ugandese mentre si fa sempre più vicina la data dell’esame finale per diventare ranger; Nidiri, 16 anni, studia matematica e si esercita fino a tarda notte per entrare alla facoltà di Ingegneria.

Queste quattro narrazioni si mescolano e si snodano in modo molto semplice e funzionale, con un ritmo che permette di seguire e dedicare le giuste attenzioni ad ogni storia.
Plisson ci mostra il percorso e la crescita dei protagonisti: dalla preparazione alla grande prova finale, passando per le attese e le ansie dei talentuosi personaggi che auspicano ad una nuova vita.
Quello che più colpisce è la determinazione e la forza di volontà dei ragazzi nei loro impegno quotidiano, la serenità con cui affrontano le situazioni, sicuramente supportati dalla presenza costante dei familiari.
Nelle loro case infatti si respira sempre la vicinanza e l’affetto dei genitori, che sostengono le scelte dei propri figli senza mai costringerli, nella speranza che possano avere un futuro migliore, quello che loro non hanno potuto avere. E di fronte ai numerosi sacrifici dei genitori per poter garantire l’istruzione, i figli rispondono: "Non ti deluderò".

Un documentario piacevole, a misura del pubblico giovane cui è rivolto, che porta una folata di ottimismo e fiducia nel futuro, in contrasto con la rassegnazione e il disfattismo in cui spesso i ragazzi si imbattono quotidianamente.

Elena Cupelli

FOUR KINGS

Quando si affrontano tematiche come l'adolescenza e i disturbi mentali il rischio di scadere nella banalità è elevato, ma questo non è certamente il caso dell'opera prima di Theresa von EltzFour Kings (titolo originale: Vier Könige). 

La volontà di raccontare la vita, di come nelle sue piccole gioie e nei suoi grandi dolori essa continui ad andare avanti, è il motore principale del film.

Il Natale è alle porte e Alex, Lara, Fedja e Timo dovranno trascorrerlo in una clinica psichiatrica, per alcuni rifugio e luogo di recupero, per altri di reclusione e punizione, affidati alle cure del giovane Dr. Wolff: quattro personalità diverse, quattro giovani "disturbati", come ci ricorda il Dr. Wolff, costretti a confrontarsi tra loro e con sé stessi, destinati a cambiare.  

La von Eltz entra nelle vite dei quattro "re" con discrezione e grandissima sensibilità, costruendo dei personaggi ben calibrati, quasi trattenuti, eppure non per questo eterei, ma, al contrario, incredibilmente verosimili, la cui vicenda è paradigma non solo dei disturbi mentali ma piuttosto della vita. Una nota di merito particolare va ai giovanissimi interpreti, capaci di sostenere con energia ruoli complessi e di dare un'anima al film in ogni sua parte, e alla sceneggiatura, delicata eppure puntuale e di incredibile efficacia. 

Four Kings non vuole dare lezioni di morale né di psichiatria, ma solo invitare a riflettere su noi stessi, sul fatto che la vita continuerà nonostante il dolore, nonostante il fallimento. 

Federica Nardiello

BELLE & SEBASTIEN: the adventure continues

La prima avventura di Belle e Sebastien aveva lasciato il pubblico con il fiato sospeso ed ecco che la seconda giornata del Festival ospita in anteprima Belle & Sebastien - The adventure continues e i suoi due piccoli protagonisti. 

Nel villaggio di Saint Martin, dopo la fine della guerra, Cesar (Tchéky Karyo) e Sebastien (Felix Boussuet) aspettano impazienti il ritorno di Angelina. La giovane ragazza doveva essere di ritorno dal Regno Unito dopo aver combattuto nella Resistenza inglese, ma durante il suo viaggio qualcosa va storto: entrambi i motori dell'aereo vanno in avaria, facendolo precipitare e causando un incendio nella foresta. Così Belle, Sebastien e Cesar hanno una nuova missione: trovare Angelina dichiarata morta nell'incendio. L'unico modo per perlustrare la foresta è sorvolarla in elicottero, mezzo posseduto solo da una persona nel villaggio: "l'altro" (Thierry Neuvic). Convincendo l'uomo a cercare la ragazza, Sebastien e la sua amica a quattro zampe danno inizio alla loro nuova avventura nascosti nell'elicottero; dopo aver avvistato un segnale di fumo i due si avventurano oltre il confine italiano dimostrando continuamente il loro coraggio e le loro virtù, che porteranno il giovane protagonista a nuovi incontri e nuove amicizie. 

Nonostante questo secondo episodio sia stato affidato dai produttori al nuovo regista Christian Duguay, tornano nella pellicola tutti quegli elementi che hanno fatto appassionare il pubblico alla storia di Belle e Sebastien. 

Una storia all'insegna dei sentimenti, delle emozioni e soprattutto dell'avventura, adatta a tutta la famiglia, presto in uscita nelle sale italiane.

Ludovica Puca

CAMPO GRANDE

Ygor e Rayane, due bambini persi in un mondo di adulti troppo stanchi e disperati per aiutarli, camminano per le strade affollate di Rio de Janeiro alla ricerca della mamma, che li ha lasciati davanti al portone di Regina con un biglietto e una promessa: tornerò presto. Regina è una donna dallo sguardo nervoso e affaticato, sul punto di traslocare, che sta imballando la sua casa e la sua vita. Due realtà piene di problemi, ferite e dolori che si incontrano e si scontrano, imbarcandosi in un viaggio che porterà i protagonisti a capire che il modo migliore per aiutarsi è aiutare qualcun altro.

È un mondo rumoroso quello che ci regala la regista Sonia Kogut in Campo Grande, terzo film in concorso proiettato ad Alice nella Città. Un mondo di clacson e temporali in cui i lampi disegnano mostri sui muri. È un mondo in costruzione, dove ruspe e gru invadono lo spazio e distruggono interi quartieri per costruire complessi di appartamenti bianchi e anonimi. Ed è un mondo che rischia di fagocitare chi ha il coraggio di affrontarlo, bimbi sperduti e bimbi cresciuti che (in)seguiamo per 108 minuti, guidati da una regia quasi documentaristica che con uno sguardo intimo e attento cristallizza personaggi splendidamente umani. Ygor, Regina, Rayene e Lila sono come sospesi fra il caos cittadino e una casa avvolta nel cellophane, in una ricerca scandita da appuntamenti mancati e istanti di umanità.

Attraverso le vicende che girano intorno ai due bambini emerge uno spaccato di povertà e miseria che è giusto che faccia impressione, evidenziato dal sovrapporsi e contrapporsi di due realtà sociali separate e distanti. Ciononostante rimane un sentimento di speranza a circondare il film, che ribadisce che per vincere la paura basta giocare e che per scacciare le lacrime serve un abbraccio.  

Campo Grande è un intrecciarsi di persone spaventate e coraggiose ad un tempo, un affresco attento e toccante di istanti fotografati nella loro semplicità: lo sguardo di un bambino incantato da un pianoforte e una canzone, una madre che riascolta una vecchia registrazione, un phon lasciato lungo la strada insieme ad un biglietto. E, come per Pollicino, una fila di molliche di pane che segnano la strada per tornare a casa, sperando di aver trovato un po’ di amicizia, un po’ di umanità lungo il percorso.

Livia Solaro

PAN - VIAGGIO SULL'ISOLA CHE NON C'È

“Bisogna sapere come inizia una storia per sapere veramente come va a finire”.

Il film diretto da Joe Wright e scritto da Jason Fuchs si aggiunge all’innumerevole lista di pellicole sul piccolo Peter Pan che in passato ci hanno tanto appassionato – si pensi alPeter Pan della Disney Pictures (1953) o ad Hook, Capitano Uncino di Steven Spielberg (1991). In questo caso però l’originalità sta nell’intreccio: finalmente scopriamo come il piccolo Peter è finito sulla famosa “isola che non c’è”.

Siamo nella Londra degli anni ‘40, in piena Seconda Guerra mondiale, e il piccolo Peter (l’esordiente Levi Miller) è stato abbandonato in un orfanotrofio a Kensington Garden; qui cresce e coltiva la sua anima da esploratore, fino a quando una notte viene rapito da una nave volante di pirati, capeggiati da Barbanera (Hugh Jackman), e trasportato nella famigerata “Neverland”. Qui si ritrova a lavorare in una miniera, dove incontra James Hook (Garret Hedlund), che lo aiuterà a scoprire il segreto che si nasconde dietro le sue vere origini e a sconfiggere il capitano Barbanera.

Il cast stellare, gli effetti speciali e la maestria del regista hanno contribuito a rendere il film intrigante e travolgente, ma ciò che più attira l’attenzione è il gioco dell’inverso e del contrario che sconvolge l’immagine tradizionale del personaggio. Peter Pan nasce tra le pagine del romanzo di James Matthew Barrie L’uccellino bianco, successivamente ampliato in Peter Pan nei Giardini di Kensington (1906), dove viene descritto come un ragazzino “felice fra le foglie scheletriche e il vento che soffia fra gli alberi”. Joe Wright, invece, propone un’immagine alternativa del personaggio, cercando di studiarlo nella sua crescita tanto fisica quanto psicologica. Interessante è soprattutto il rapporto che c’è tra Peter e Capitan Uncino, tradizionalmente conflittuale: qui infatti i due sono amici, si aiutano l’un l’altro e cercano di impedire l’avanzata dei pirati.

Il setting storico suscita particolare interesse per la sua carica emotiva: Londra devastata dalla guerra diventa il punto di partenza di questa avventura, e quel mondo così fantasioso in cui Peter si ritrova non vuole forse riflettere la necessità storica di costruirsi una propria dimensione onirica, per evadere da un mondo devastato dal male?

La pellicola diventa cosi un vero e proprio viaggio, ricco d’immagini meravigliose grazie alla magistrale fotografia curata da John Mathieson e Seamus Mc Garvey, anche se la scelta della visione in 3D rischia a tratti di risultare non di supporto alla raffinata produzione. Emblematica è però la scena dell’ingresso nella caverna delle fate, dove un muro gigantesco si sgretola davanti agli occhi del piccolo Peter, aprendo un mondo fatto di cristalli.

Il film, presentato in anteprima italiana, ha suscitato l’interesse dei più giovani e non solo, anche perchè introdotto da un particolarissimo spettacolo di colori e di danze tribali, che ha trasformato il classico red carpet in uno scenario da isola che non c’è.

Claudio Coratella

DEPARTURE

Si dice che l’evento più stressante nel corso della vita di una individuo non è la morte di una persona cara o il divorzio, non sono nemmeno gli esami: è il trasloco. La trama diDeparture, (il titolo non a caso significa “partenza”) si sviluppa attorno ai preparativi per la vendita di una seconda casa e pare la conferma perfetta di questa teoria.

In procinto di vendere la casa delle vacanze nella campagna francese, il giovane Elliott e sua madre Beatrice si ritrovano a dover mettere ordine non solo tra mobili e oggetti, ma anche e soprattutto tra emozioni, desideri e pulsioni represse che emergono violentemente, stimolate anche dall’incontro con Clément, un ragazzo parigino come loro in vacanza in campagna.

Il casale immerso nel verde, l’acqua che scorre placida, i ritmi lenti della vita campestre non sortiscono sui protagonisti un effetto calmante, ma anzi sembrano invitarli a perdere ogni controllo e a dare libero sfogo alle loro frustrazioni, sfruttando questo spazio altro rispetto al loro quotidiano. Su questo sfondo si delineano diversi confronti: lo scontro madre-figlio; il conflitto interiore del protagonista, diviso tra il proprio lato riflessivo e cerebrale (la scrittura) e il proprio lato istintivo e carnale (gli impulsi sessuali suscitati da Clemént); il contrasto tra l’inglese Elliott, gracile ed efebico, definito “il cliché del poeta”, con la sua ricercata giubba militare vintage dai bottoni dorati, che ama Proust e corregge la grammatica, e il muscoloso Clemént, brusco, che usa un linguaggio osceno e diretto, nuota nel fiume e ripara motociclette.

Ciascuno di questi temi è sviluppato dalla regia creando una forte interazione dei personaggi con l’ambiente, con una costruzione dell’immagine accurata e molto elegante, insistente sui toni di blu, che richiamano l’acqua, elemento centrale nella vicenda.

Con Departure, opera prima di Andrew Steggall, Alice nella Città continua a scommettere sugli esordienti e raddoppia la scommessa presentando il film al Cinema Avorio, storico locale nel cuore del Pigneto riaperto in occasione di questa tredicesima edizione: alla scelta accurata dei contenuti si affianca così quest’anno una scelta accurata della confezione, per valorizzarli al meglio e continuare a far crescere la passione per il cinema.

Magda Crepas

MUSTANG

L'inizio dell'estate, la fine della scuola e un bagno in spiaggia. È così che si apre Mustang, film in concorso per Alice nella Città e già vincitore nella sezione Quinzaine des Réalisateur a Cannes.

Il film, opera prima della giovane regista turca Deniz Gamze Ergüven, racconta con delicatezza la condizione della donna nella Turchia contemporanea. Protagoniste del lungometraggio sono infatti cinque giovani sorelle che, dopo aver giocato nell'acqua del mare con alcuni ragazzi, vengono severamente punite dalla famiglia che le chiude in casa. Come ha affermato la stessa Ergüven durante la conferenza stampa, il registro drammaturgico del film è quello proprio del prison movie, non solo perché le protagoniste vengono segregate ma anche perché queste ultime si vedono private della loro libertà personale: non possono scegliere cosa indossare né chi sposare, sono costrette in un sistema sociale e morale che le vuole caste, obbedienti e succubi della volontà maschile; vivono in un piccolo paese di provincia, dove i pregiudizi, le radicate convinzioni e tradizioni le intrappolano ancora di più.

Mustang non è semplicemente la storia della loro prigionia ma quella della loro ribellione, della voglia di evadere e fuggire. Così la regista ha raccontato come già dalla sua genesi sia stata la foga, la sete di vita a muovere il lungometraggio: “Ho scritto il film di getto, lavorando anche 20 ore al giorno, ispirandomi ad alcune mie esperienze personali”. Le cinque sono giovani donne vivaci, piene di energia, incontenibili, proprio come i mustang, cavalli selvaggi dal temperamento indomabile. Allo stesso modo, nonostante il film sia in gran parte girato in interno, la macchina da presa cerca di evadere dalla fissità: le riprese sono quasi tutte effettuate a mano e i movimenti di camera sono rapidi, bruschi, a volte volutamente sporchi senza mai risultare fastidiosi. Tale cifra stilistica non fa altro che creare una connessione empatica, una vicinanza tra il pubblico e le cinque sorelle. “Ho cercato uno sfasamento tra forma e contenuto, ispirandomi a Salò o le 120 giornate di Sodoma, a quella distanza che assume Pasolini quando evoca un episodio drammatico in una società alle prese con il fascismo” ha aggiunto la regista turca, che ha dichiarato anche di rifarsi alla mitologia classica. In particolar modo la figura mitologica dell'idra ha guidato Ergüven e la sceneggiatrice Alice Winocour nella caratterizzazione delle protagoniste, ognuna diversa, alcune più eversive, altre più rassegnate. Come cinque teste delle stesso corpo, le sorelle si muovono cercando tutte la libertà ma in modi a volte anche opposti.

Mustang è un film fresco e crudo allo stesso tempo, che descrive una drammatica situazione attuale da un punto di vista poco moraleggiante. “Non mi piace trattare certi argomenti come farebbe una militante. Ho preferito sfruttare la forza intrinseca del cinema che, attraverso le immagini, riesce a coinvolgere e motivare il pubblico”.

Livia Galtieri

SCOUT

Il nuovo film di Laurie Weltz parla di due vite apparentemente diverse: da un lato abbiamo Scout, ragazza di 15 anni che vive nella periferia del Texas, dall’altro Sam, giovane benestante di New York con problemi psichici-depressivi.

Nella famiglia di Scout si diventa grandi in fretta: la ragazza convive con la bisnonna e una sorella minore che è ancora una bambina, e deve prendersi cura dell’una e dell’altra. Sam invece, dopo il tentato suicidio, viene tenuto in osservazione in una casa di cura psichiatrica vicino a dove abita Scout. Una rete li divide al loro primo incontro, ma da subito si ha la sensazione che qualcosa li accomuni.

Scout sembra vivere una vita spensierata, ma un problema con i servizi sociali la riporta con i piedi per terra, quindi per far fronte alla situazione la bisnonna prende una decisione: chiamare il padre delle ragazze affinché si assuma le sue responsabilità. Non è però l’amore paterno che spinge il padre di Scout ad accettare, ma l’allettante idea di ricevere soldi per il mantenimento della piccola. Scout si ritrova così privata della sorella minore ed affidata ad un’altra famiglia, ma rifiuta di arrendersi davanti alle decisioni che altri prendono per la sua vita e sceglie di fuggire, trascinando Sam sulla sua strada.

I due sono simili, sebbene vengano da mondi differenti: città diverse, economie diverse, ma entrambi vivono una costrizione e sono oppressi –  una dai servizi sociali, l’altro da una figura materna che in realtà cela indifferenza ed incomprensione. La loro fuga non è fine a sé stessa, ma è il tentativo di riprendere qualcosa che è stato portato via, la volontà di ricostruire. Inizia così un viaggio on the road che li porterà a conoscersi, a capire quali sono i loro scopi e ad affrontare figure del passato che, per quanto ci si sforzi, emergono nella vita di tutti i giorni.

Il vuoto lasciato dall’assenza di figure genitoriali li porta a volersi prendere cura l’uno dell’altra, ad abbracciare la stessa causa, alla ricerca della “speranza perduta”. In quest’ottica riusciamo ad inquadrare meglio anche lo schema dei personaggi, che sembra ruotare intorno a questa considerazione: persone indifferenti, altre opportuniste, altre ancora che si accorgono di non aver dato abbastanza e cercano di rimediare.

Scout è in questi termini un film sul prendersi cura dell’altro. Un viaggio adolescenziale che significa crescita, che segna la transizione verso l’età adulta, dove un’indole apparentemente avventata e sfrontata nasconde in realtà il peso di rapporti umani che scuotono l’animo e rendono consapevoli di ciò che le persone rappresentano. 

Leandro Persiani

A CHILDHOOD

- Qual è il tuo sogno Leo?

- Vorrei che non ci siano guerre ma solo la pace.

- E tu Jimmy?

- Non lo so.

Il settimo film in concorso ad Alice nella Città è racchiuso in questa scena: Jimmy non sogna, non pensa al futuro, non pensa in grande.

Il film si snoda tra le vie di una città industriale e dei paesaggi di campagna: una gabbia nella quale Jimmy è rinchiuso, che lo soffoca. 

Pris, la madre, è uscita da poco di galera; da una parte vorrebbe ricominciare, costruire una vita migliore per i suoi figli, dall’altra è trascinata in un vortice di droghe e alcool dal compagno che non lavora e non da una mano in casa. Jimmy in questa situazione di caos è costretto a farsi carico del fratello più piccolo; i due passano la maggior parte del tempo insieme, e questo contribuisce ad isolarlo dai suoi coetanei, e cercano nella nonna quell’equilibrio che non hanno a casa, un punto fermo al quale affidarsi.

La pellicola ci catapulta in una realtà alla quale non si è abituati: un mondo difficile, una famiglia difficile. Tutto ciò ha trasformato Jimmy, costringendolo a maturare prima del previsto e a saltare delle tappe fondamentali della sua crescita. Questo provoca in lui una grande rabbia, sentimento che ci accompagna per tutto il film, trasformandolo in una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, sebbene il climax drammatico non raggiunga mai l’apice che lo spettatore si aspetterebbe.

Il film inoltre è molto dilatato, ciononostante l’intensità e l’angoscia accompagnano lo spettatore per tutti e 100 i minuti. Jimmy trova il nemico nel patrigno, quella figura che è sempre stata assente dalla sua vita e che adesso gli sta portando via anche la madre.

Childhood è un film fortemente d’atmosfera nel quale non è facile entrare dentro, che, nonostante i temi forti, risulta molto delicato, sia per una struttura che dilata gli accadimenti che per il modo di raccontare i rapporti tra i personaggi. La regia regala scorci mai banali concentrandosi sulla contrapposizione tra la natura e l’intervento dell’uomo con le fabbriche. Philippe Claudel sfrutta molto bene i silenzi e in tal senso riesce a gestire i personaggi che giocano con gli sguardi, garantendo a queste scene una grande drammaticità ed intensità.

Childhood è nel suo genere una piccola perla. Un film elegante che raramente si ha l’occasione di vedere al cinema e che racconta i sentimenti di un ragazzo in maniera semplice ma estremamente profonda.

Guido Ripanti

VETRO'S CHILD

Il bambino di vetro è l'opera prima del regista teatraleFederico Cruciani. Ambientato in una Sicilia antiolografica, narra di Giovanni, un ragazzo di dieci anni che vive con i suoi genitori: il padre fa parte della malavita locale e la madre, invece, è chiusa nelle mura domestiche.

La lenta emersione della consapevolezza del protagonista, che si trova obbligato a crescere in fretta per comprendere la sua realtà, costituisce il nucleo dell’intero racconto.

Stretto in un rapporto di grande tenerezza con la madre, Giovanni non riesce ad afferrare la vera identità paterna, confusa tra telefonate di “amici” e momenti di minima condivisione. Il progressivo contatto con la verità da parte della madre, poi allontanata da casa, costringe il figlio a porsi più domande sulla sua vita.

Con uno stile essenziale e girato in dialetto siciliano, sulla lezione de La terra trema del grande maestro Visconti, il film è fatto degli sguardi di Giovanni, dei primi piani sui suoi occhi che ritrovano lo stupore dell’infanzia solo nel rapporto con il vicino-pescatore, come nella scena in cui, su un divano davanti al mare, silenziosamente pescano.

Giovanni diventa così simbolo di tante infanzie stroncate dalla violenza: quella familiare e quella sociale, rappresentata anche da un’esperienza scolastica frustrante e inutile.

Attraverso una focalizzazione interna, il regista riesce a traslare la sensazione di oppressione del protagonista sullo spettatore che si sente sopraffatto dallo stesso smarrimento di Giovanni. Con qualche eco di Io non ho paura, Il bambino di vetro è un film dedicato ai minori cresciuti dalla violenza ma anche al Sud d’Italia, ai suoi drammi, all’impotenza delle donne e alla difficoltà di rompere gli schemi millenari. Resta nella memoria la simbologia del vetro: come necessità di trasparenza, come distanza affettiva, come qualcosa che si può forgiare a proprio piacimento, come entità sensibile.

L’opera è stata introdotta dal cortometraggio The Zero Hunger Challenge di Costanza Quatriglio (realizzato per le Nazioni Unite e presentato all’Expo) che, sempre attraverso gli occhi di un bambino, racconta la bellezza della natura per ricordare alle nuove generazioni il dramma della fame.

Alice De Luca

IQBAL: TALE OF A FEARLESS CHILD

Il nuovo film di Michel Fuzellier e Babak Payami ci fa rivivere la coraggiosa storia di liberazione di Iqbal, un bambino di una remota regione del Medio Oriente che, complici gli inganni degli adulti, viene costretto a lavorare per ripagare il debito contratto per comprare le medicine a suo fratello. Purtroppo Iqbal diventa, insieme ad altri bambini, uno schiavo, costretto a sgobbare tutto il giorno in una fabbrica di tappeti di proprietà di un uomo senza scrupoli, Gunzman. Iqbal, spinto dal coraggio e da una determinazione senza pari dovrà usare tutte le sue forze per liberare e far tornare a casa tutti i bambini prigionieri.

Questa avventura farà crescere il giovane protagonista, rendendolo consapevole che c'è una libertà mentale da conquistare: il diritto di ogni bambino a studiare, giocare e crescere sereno. Il film, tratto dalla storia vera di Iqbal Masih - un bambino pakistano divenuto simbolo della lotta al lavoro minorile e ucciso a soli 12 anni in circostanze misteriose - ha la capacità di comunicare il suo messaggio con estrema semplicità ed efficacia: le immagini poetiche del sogno e le musiche creano un abbraccio audiovisivo che affascina anche gli spettatori più giovani; riesce ad intrattenere e ad insegnare allo stesso tempo, ricordandoci che i diritti vanno rivendicati e conquistati.

Molto apprezzata è la dedica fatta a tutti i bambini vittime di abusi, a tutti gli Iqbal sparsi nel mondo, ricordando che ci sono ancora battaglie da vincere, sopratutto contro lo sfruttamento dei minori. Il merito di questo risveglio della coscienza (a cui non possono rimare impassibili neanche gli adulti) va agli autori del film, che hanno avuto il coraggio di raccontarci una storia quasi dimenticata: gli adulti di domani devono essere ispirati da storie come questa, ponendosi domande sul mondo in cui vivono. Verrebbe da sperare che più d'uno dei bambini che ha visto il film troverà posto in camera sua per un poster di Iqbal, o di Malala, o di qualche altro bambino che non si sente debole o troppo piccolo per capire il mondo ma ha, invece, la forza di cambiarlo davvero.

Matteo Primavera

RETURNING HOME

La guerra non sconvolge solo i partecipanti, ma anche le persone legate ad essi. Einar l’ha provata sulla propria pelle: da quando infatti è tornato dall’Afghanistan non è più lo stesso. Anche la sua famiglia è cambiata, soprattutto i suoi figli, Oscar e Fredrik. I due fratelli sono uniti da un indissolubile rapporto che si rafforza nel viaggio alla ricerca del padre, scomparso durante una battuta di caccia tra le montagne della Norvegia.

Henrik Martin Dahlsbakken, regista del lungometraggio, si immerge in un drammatico racconto, in cui le fragilità dell’uomo sono costrette a scontrarsi contro una crudele realtà. Dahlsbakken dimostra una magistrale abilità nell’armonizzare i personaggi con l’ambiente in cui si muovono. La natura assume un ruolo così centrale da diventare quasi una sorella maggiore di Oscar e Fredrik. Essa infatti rispecchia al meglio i loro stati d’animo, spesso confusi, e sembra ostacolare il loro percorso, come se volesse proteggerli da una cruda verità. I paesaggi norvegesi sono pittoreschi e le inquadrature, molto ampie, aiutano ad esaltarne la potenza espressiva; la luce estremamente fredda proietta lo spettatore al fianco dei due protagonisti.

Notevole è il percorso interiore dei personaggi che nel corso dell’opera subiscono un radicale cambiamento. Fin dalla prima scena è evidente il fortissimo legame tra Oscar e Friedrik, sebbene reagiscano diversamente al ritorno del padre. Mentre Oscar sembra essere distaccato, rassegnato e un po’ infastidito, Friedrik dimostra da subito grande entusiasmo. I loro atteggiamenti mutano a tal punto da invertirsi i ruoli, creando un dinamismo che rompe gli schemi apparentemente monotoni della storia. Einar invece è vittima dell’orrore del mondo, della guerra, di quel senso di inferiorità che lui stesso non riesce a descrivere né a sopportare. Einar è l’Uomo in tutta la sua fragilità.

Alice nella Città propone un film adatto probabilmente più ad un pubblico adulto, capace di cogliere ed elaborare tutte le sottigliezze espressive proposte. Un regalo del cinema nordeuropeo, che continua a sorprendere e a riaffermarsi cinque anni dopo il successo di In un mondo migliore. Forse Dahlsbakken strizza un’occhio proprio a quest’ultimo e, naturalmente con le dovute differenze, ne trae ispirazione. Risulta una pellicola interessante e di buona fattura, che offre allo spettatore ottimi spunti di riflessione su temi di cui non si discuterà mai abbastanza.

Giulio Pasqualini Capone

GAME THERAPY

Diretto da Ryan Travis, Game Therapy è un film che si propone di affrontare un genere non ancora sperimentato dal mondo cinematografico italiano: la fantascienza. Eppure l’idea non è quella di riprendere la classica ambientazione spaziale, ma di spostarsi su una realtà che tocca da vicino le ultime generazione, ovvero la frontiera dei videogames e dell’immenso universo parallelo in cui essi ci trasportano.

I protagonisti sono ragazzi che solitamente vengono definiti dei “nerd”: Francesco (Lorenzo Ostuni, akaFavij, lo YouTuber mentore di tutti i giovani che amano i videogiochi) e Giovanni (Federico Clapis, anche lui YouTuber) sono liceali convinti che la vita reale sia priva di qualsiasi scopo o attrattiva e che solo i videogiochi riescano a dare vere soddisfazione ed emozioni forti. Francesco scopre, ascoltando le parole di un grande programmatore di videogiochi, un laboratorio che consente al giocatore di entrare, grazie a sofisticate apparecchiature, con la propria mente nei videogames e insieme a Giovanni decide di esplorare questo mondo virtuale; mentre Francesco è sempre più coinvolto in questa scoperta geniale, Giovanni conosce una ragazza, Danika, e per la prima volta è alle prese con la realtà dell’amore e tutte le difficoltà che ne derivano. Intanto i due, andando avanti tra i vari livelli virtuali, riescono a trovare la chiave che da il potere di diventare “il dio del mondo virtuale”, ma quello che sembra uno spettro inizia a ostacolarli, mettendo in pericolo le vite dei due protagonisti per impossessarsene…

La trama è piuttosto semplice e lineare e non porta ad una riflessione profonda dopo la visione del film: i sentimenti e le paure dei due ragazzi, la loro difficoltà nell’affacciarsi alla vita, sono espressi molto chiaramente, a volte quasi troppo. Forse Travis avrebbe dovuto concentrarsi meno sulla grafica e cercare di non superficializzare troppo il disagio dei due protagonisti, anche perché si tratta della condizione in cui al giorno d’oggi vivono non pochi adolescenti che, per paura del giudizio dei loro coetanei, tendono ad isolarsi sempre di più nel loro mondo.

Il film offre diversi spunti di riflessione: prima di tutto invita a cercare di guardare più a fondo nelle persone che ci circondano, di non considerare “freaks” o “sfigati” chi ha interessi particolari e di non scoraggiarli quando cercano di farsi avanti nel mondo. La pellicola è un progetto interessante anche perché tenta di dar spazio alle figure più emergenti e influenti degli ultimi anni: gli YouTubers. Ragazzi che hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco e di crearsi la loro fortuna, contando solo su loro stessi e su i “followers” che hanno conquistato. Un hobby che diventa un lavoro e che è assai meno facile di quanto sembri.

Per quanto Game Therapy abbia dei buchi a livello di sceneggiatura e il livello della recitazione non sia propriamente impeccabile, è un film che strappa più di un sorriso e che potrebbe indirettamente far riflettere i più piccoli sui rischi che si incorrono nell’isolarsi sempre più nella tecnologia e, perché no, potrebbe sensibilizzare gli adulti sul mondo d’oggi, aiutandoli a comprendere le nuove generazioni e i disagi che il progresso tecnologico apporta ai loro figli.

Elena Borghetti

GRANDMA

"1. Epiloghi": Elle, un'anziana poetessa omosessuale, interrompe la relazione con la sua ragazza di molti anni più giovane Olivia. Successivamente le fa visita la nipote diciottenne Sage che le comunica di essere incinta e le chiede dei soldi per poter abortire.

Questo l'incipit di Grandma, ultima fatica di Paul Weitz, che si snoda attraverso sei capitoli: probabilmente una delle pellicole più belle di Alice nella Città e forse dell'intera Festa del Cinema. Perché Grandma è un piccolo film dal respiro indie (personaggi ben scritti ed interpretati) che vibra di un'energia unica, conferita interamente da Lily Tomlin, la grandma del titolo, in una delle interpretazioni migliori della sua carriera. 

Elle è cinica, sprezzante, insofferente verso tutti coloro che non reputa al suo livello intellettuale (quindi chiunque). Ha perso da poco la compagna di una vita, Violet, e del suo dolore se n'è fatta un'armatura, con la quale, però, non riesce completamente a mascherare le emozioni. Sono questi i momenti in cui la Tomlin da' il meglio di sé (oltre a quelli in cui litiga con praticamente tutti i personaggi del film), riuscendo a comunicare le diverse tribolazioni dell'animo del suo personaggio attraverso impercettibili variazioni dello sguardo. È un personaggio scontroso, ostinato (perfino nelle sue contraddizioni), ma caratterizzato da una sensibilità che emerge, alle volte fragile, alle volte sofferta. Lily Tomlin è dunque il motore del film e ne regge completamente le redini, in una prova memorabile, resa, se possibile, ancora più autentica e sentita dal reale orientamento sessuale dell'attrice. 

L'opera di Weitz non si pregia solo di ottime interpretazioni (Marcia Gay Harden è la figlia di Elle e madre di Sage, Judy Greer è Olivia); lo humour, le musiche che accompagnano per intero la pellicola e la regia che la riveste di una patina delicata, contribuiscono a creare un'atmosfera di leggerezza che solo apparentemente ne nasconde i grandi temi: Grandma è un film sulla femminilità, su cosa voglia dire essere prima figlia, poi madre e infine nonna, ovvero le tre fasi dell'essere donna. 

Più di tutto, Grandma è un film sul lasciare libero il prossimo: lasciar libera una ragazza di commettere i propri errori; lasciar libera una giovane donna di farsi una propria vita; lasciar liberi s stessi di accettare un nuovo ruolo e liberarsi dal terribile fardello del lutto. La macchina da presa che fino ad allora aveva seguito Elle, come il peso che la donna si portava sulle spalle, alla fine del film, si ferma e la vede allontanarsi dalla scena e dagli occhi degli spettatori, libera. 
Infine, al di sotto di questa profusione tematica, c'è spazio anche per affrontare un argomento quanto mai scomodo come l'aborto. 

Grandma quindi stupisce, diverte, commuove e resta impresso nella mente degli spettatori. 
È un film ricco, anzi ricchissimo in ogni sua parte. Delicato come una rosa e pungente come una spina, proprio come la sua protagonista.

Emanuele Raschitelli

THE NEW CLASSMATE

Ashwiny er Tiwari affronta, nel suo primo film da regista, temi che sono molto importanti per la sua terra natia, l’India.

Chanda ha cresciuto sua figlia Apu da sola, lavorando giorno e notte per cercare di garantire ad entrambe, ma soprattutto alla figlia, l’opportunità di studiare, in modo che possa godere di migliori prospettive di carriera future. Nonostante gli sforzi di Chanda, la figlia è pigra e rassegnata ad un futuro da domestica: Apu inizia infatti il decimo anno scolastico, che sembrerebbe essere l’ultimo dato i suoi scarsi risultati a scuola. La madre, allora, non avendo disponibilità economica per pagare delle lezioni private, decide di riscriversi a scuola per motivare la figlia e per permettere ad entrambe di iniziare la strada del rispetto per sé stesse al quale si arriva solo tramite l’educazione e la cultura.

La fotografia è molto suggestiva: l’India è rappresentata con tutte le sue sfumature di colore specialmente nella parte finale del film.

Nonostante il tema delicato del rapporto madre-figlia, che quindi  tocca le corde dell’emotività, il film gode anche di momenti comici, specialmente quelli in cui il professore di matematica ruba la scena agli altri personaggi.

Inoltre la storia è molto attuale: emerge infatti una dichiarazione sullo stato dell’educazione in India, e in particolare sulla grande necessità per le ragazze di tutte le classi sociali di poter studiare.

Il messaggio di questo film è molto positivo e dà speranza alle donne di tutto il mondo, che possono ottenere quello che vogliono, a patto che non perdano mai il coraggio di sognare e di lavorare sodo per raggiungere i propri obiettivi.

Maria Chiara Vitanza

MICROBE AND GASOLINE

Sono alte le aspettative quando si parla di un premio Oscar come Michel Gondry, che nuovamente torna alla commedia volgendo lo sguardo a due giovani protagonisti.

Incompreso, solitario, estraneo e annoiato dai banali comportamenti dei suoi estranei, Daniel trova respiro nell'amicizia con Theo, nuovo arrivato in classe. Theo é spigliato, intelligente, allo stesso tempo sincero e intraprendente. I due se la vedono ogni giorno con i nomignoli che i loro compagni di classe gli hanno affidato: Daniel é un "microbo", basso e piccolino per la sua età, oltre che serio e riflessivo, e Theo odora sempre di gasolina poiché spesso aiuta il padre nel lavoro. Entrambi si sentono diversi, ma sentono di completarsi nelle loro stranezze: l'estate sarà il momento per dimostrare a loro stessi di cosa sono capaci. Decidono infatti di costruire una macchina "speciale", per intraprendere un viaggio di libertà attraverso la Francia e allontanarsi da una situazione familiare un po' troppo opprimente.

Il tema del viaggio, si sa, é un archetipo per eccellenza. Ma qui é con delicatezza e intelligenza che Gondry ci guida in una storia a metà tra il fiabesco e il quotidiano. Con una regia semplice e senza pretese, che si accompagna a una sceneggiatura mai banale e ben misurata, il film é scandito da un ritmo perfetto, che alterna con saggezza il cinismo e l'innocenza tipico dell'etá adolescenziale, il sogno e l'esplorazione di sé.

Orologi sincronizzati e qualche soldo in tasca, il viaggio che si trovano ad affrontare é un tripudio di incontri inquietanti, folli rincorse ed esilaranti tentativi per sfuggire alla polizia. Non mancano le difficoltà, i litigi, ma anche quei momenti speciali, che serviranno a Daniel e a Theo a comprendere quanto siano importanti l'uno per l'altro e per intrecciare un legame che, chissà, forse finirà per superare perfino l'amore.

Alissa Balocco

JACK OF THE RED HEARTS

Jacquleine (AnnaSophia Robb), 18 anni, costretta a trovare un lavoro che le permetta di ottenere la custodia della sorella, raggira la famiglia di Glory (Taylor Richardson), affetta da autismo, in cerca di un'accompagnatrice a tempo pieno per la bambina. Tra le due si instaurerà un rapporto inaspettato che porterà ad un cambiamento radicale nella vita di entrambe.

Janet Grillo (regia, vincitrice di un Emmy Award come produttrice esecutiva di Autism, HBO, 2008) e Jennifer Deaton (sceneggiatura) portano sullo schermo di Alice nella Città un film onesto e senza eccessi, alimentato dall'umanità dei personaggi che lo interpretano. Una visione a tutto tondo, nata da una penna ambiziosa e dall'esperienza diretta della stessa Grillo, concentrata a raccontare, da madre e da moglie, non tanto gli eventi e la loro successione narrativa, semplice cornice, quanto un'emotività corale, un clima e un equilibrio.

Dodicesimo film della rassegna 2015 di Alice nella Città, Jack of the red hearts si dimostra essere un film per tutte le età, svincolato da buonismi e pretese di universalità. Emerge fra tutte la prova di Famke Janssen, nei panni di una madre stanca, ma non della vita.

Bernardo Pozzi

ALICE IN THE CITIES

Alice nella Città conclude la fortunata rassegna di questa Festa del cinema 2015 con un ritorno alle origini: la proiezione di Alice nelle città di Wim Wenders, il film ispirazione da cui tutto ha avuto inizio.

Il direttore artistico Gianluca Giannelli ha ringraziato con commozione la sala Sinopoli, gremita del pubblico di Alice per eccellenza: le scolaresche e la giuria dei ragazzi, ma anche gli affezionati della rassegna e appassionati di cinema, desiderosi di godersi la pellicola del 1974 riportata sul grande schermo dopo un meticoloso restauro.

All’immagine è stata resa la sua qualità originaria e la piccola Alice e il malinconico Philip hanno ripreso vita per smarrirsi e intraprendere la loro poetica quête ancora una volta. Una chiusura all’insegna del grande cinema per un’edizione coronata dal successo in cui le proiezioni di Alice si sono dimostrate capaci di attrarre un pubblico numeroso, registrando una massiccia affluenza in sala.

Rivedere il capolavoro di Wenders, sorta di manifesto poetico dalla rassegna, è la migliore conferma dell’identità forte che Alice ha saputo affermare e mantenere in questi anni: la concentrazione su giovani e giovanissimi mai come semplificazione o edulcoramento, ma come ricerca di uno sguardo fresco e sempre nuovo rivolto verso un futuro su cui scommettere con coraggio e voglia di crescere.

Magda Crepas

THE LITTLE PRINCE

Portare al cinema un libro come Il Piccolo Principe non é un’impresa facile. Chi non ha imparato cos’é un baobab guardando i disegni di Saint-Exupéry? É un libro che ha parlato a generazioni di bambini, e che continua a insegnare molto a bambini e adulti di oggi che rileggendolo ne scoprono nuove chiavi di lettura.

Riuscire a raggiungere un pubblico così vasto con un film è difficile e con questa pellicola d’animazione si é scelto di rivolgersi principalmente al pubblico dei più giovani. Anche la protagonista della storia è una Bambina, nata in un mondo dominato dagli adulti e ossessionato da un ideale di efficienza chiamato l’essenziale, e che governa le vite di grandi e piccini. La sua vita è un susseguirsi di azioni pianificate dalla Mamma, che vede per lei il futuro che attende ogni adulto: essere sempre più produttivo, ottimizzare, raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. Ma l’essenziale nella vita non è questo, e la Bambina comincerà a capirlo quando l’Aviatore, un vecchio confusionario e allegro che diventa il suo nuovo vicino di casa, la convincerà ad ascoltare il suo racconto che parla di un ragazzo dai capelli d’oro...

L’animazione è esteticamente molto bella: i personaggi del racconto sembramo nascere dalla carta e anche la scelta di mantenere nel film i disegni originali di Saint-Exupèry (nonostante il Piccolo Principe abbia sembianze diverse rispetto al libro) é apprezabile, perchè mantiene un legame con la narrazione originale.

In questo film il racconto del Piccolo Principe così come lo conosciamo è il cuore della trama, ma non è la storia principale. Il confronto con il mondo moderno e arido degli adulti visti dagli occhi della Bambina è il tassello interpretativo mancante nel libro, che permette al film di sviluppare la propria storia, e alla Bambina di partire alla ricerca del suo Piccolo Principe: qui forse i più affezionati al libro troveranno qualche forzatura, anche se forse qualunque distacco dall’originale rischierebbe di essere un azzardo e di non incontrare il gusto di tutti; anche qui, i più piccoli difficilmente noteranno le differenze.

Quello che questo film cerca di dire a tutti i suoi spettatori, é di non smettere mai di essere curiosi, di esplorare quel meraviglioso mondo che è l’immaginazione, che appartiene a ciascun uomo o donna che ha saputo conservare in sè il sapore per la scoperta, la meraviglia, la bellezza, l’inutile dilettevole e che come il Piccolo Principe, ha capito che il vero essenziale è invisibile agli occhi.

Ludovica Paradisi